Circa 63 milioni di persone nel mondo utilizzano l'insulina per gestire il diabete di tipo 2, ma studi real-world mostrano che solo il 18%30% di coloro che assumono insulina basale raggiunge gli obiettivi di emoglobina glicata. Una percentuale che evidenzia come milioni di persone abbiano ancora bisogno di un maggiore supporto per raggiungere range glicemici ottimali e che rivela un dato preoccupante: la maggioranza dei pazienti resta fuori obiettivo, esposta al rischio di complicanze che spaziano dalla retinopatia all'infarto.
I risultati del trial FreeDM2, presentati alla Conferenza Internazionale sulle Tecnologie Avanzate e i Trattamenti per il Diabete, cambiano la prospettiva. Lo studio, randomizzato e controllato, ha coinvolto 303 persone in 24 centri clinici del Regno Unito, confrontando il monitoraggio continuo del glucosio con la tecnologia FreeStyle Libre di Abbott e il tradizionale automonitoraggio tramite puntura del dito. Dopo quattro mesi, chi utilizzava il sensore ha ottenuto una riduzione dell'emoglobina glicata superiore dello 0,6 per cento rispetto al gruppo di controllo, trascorrendo in media due ore e mezza in più al giorno nell'intervallo glicemico ottimale. Il dato più significativo è un altro: i miglioramenti non derivano da modifiche terapeutiche imposte dall'alto, ma dall'autogestione dei pazienti, guidati dalle letture in tempo reale. Uno studio italiano condotto su 88 adulti nella pratica clinica quotidiana ha confermato lo stesso schema, con miglioramenti nel profilo glicemico e nella qualità della vita. Francesco Giorgino, ordinario di Endocrinologia all'Università di Bari e presidente della Società Europea per lo Studio del Diabete, inquadra il valore clinico con precisione: "Più il valore della glicemia è alto nell'intera giornata, maggiore è il rischio di complicanze. L'esigenza di mantenere la glicemia all'interno di un intervallo ottimale nelle 24 ore implica la necessità di usare il sensore, che offre informazioni in tempo reale". Il punto, spiega Giorgino, è il cambiamento comportamentale: "Non essendoci state variazioni nella terapia, probabilmente il migliore controllo è dovuto al fatto che, indossando il sensore, i pazienti si sentono più sicuri e supportati, riuscendo a comportarsi in modo più aderente alle indicazioni sullo stile di vita". Si crea, in sostanza, un circuito virtuoso tra informazione e decisione. Il paziente impara a riconoscere quali alimenti impattano maggiormente sulla glicemia, interviene quando il sensore segnala un abbassamento sotto i livelli normali, costruisce giorno dopo giorno una consapevolezza che nessuna misurazione puntuale può offrire.
La coerenza tra i dati britannici e quelli italiani rafforza un messaggio che riguarda milioni di persone. Ad oggi, in Italia, i criteri di rimborso per i dispositivi a sensore variano da regione a regione, con un mosaico di regole che penalizza chi avrebbe più bisogno di accesso.
Le linee guida SID e AMD, aggiornate nell'ottobre 2025, raccomandano con grado forte il monitoraggio continuo del glucosio anche per chi è in terapia con sola insulina basale. I dati adesso ci sono. Resta da vedere se il sistema saprà tradurli in accesso.