Il 10 febbraio 2003 un funerale di stato ebbe luogo al cimitero militare di Nahalal , uno dei primi villaggi ebraici nella valle di Yezrael. Non lontano dalla tomba di Moshe Dayan, accanto al feretro avvolto nella bandiera nazionale cerano una giovane donna, il premier Ariel Sharon con lintero governo e lo Stato maggiore dellesercito. Ma nel paese più loquace del mondo, la tv non era presente. Così aveva chiesto Rona, la moglie del colonnello Ilan Ramon, lastronauta israeliano scomparso nelletere assieme a sei altri membri della navicella Columbia, a 60 chilometri e a 16 minuti di volo dalla terra il 1° febbraio di quellanno. La sua famiglia non aveva voluto fare di lui un idolo o un martire ma semplicemente un esempio di come si deve vivere e, se necessario, morire per il proprio Paese.
Ilan Ramon era nato in Israele nel 1954. La madre e la nonna erano due sopravvissute dei campi di sterminio. Sposato con quattro figli, come comandante di una squadriglia di caccia, aveva partecipato nel 1981 alla distruzione della centrale atomica in costruzione nei pressi di Bagdad. Linvito della Nasa nel 1998 a partecipare alla missione della Columbia aveva influito sul suo carattere. Senza essere religioso quel viaggio nello spazio lo voleva fare come ebreo più che come israeliano, sentendosi «in dovere di rappresentare lintero popolo ebraico». Per questo si era portato nella tuta, microfilmata in un chip, lintera Bibbia. Ma losservanza della tradizione ebraica nello spazio poneva problemi per i quali si era rivolto alle massime autorità religiose. Ad esempio come santificare il sabato nelletere dove i giorni durano soltanto 90 minuti, con 80 esperimenti scientifici da portare a termine. Tutto questo aveva annotato, assieme a pensieri rivolti alla moglie e ai figli, in un diario che aveva portato con sé assieme al disegno di un bimbo che guardava la luna fatto da un ragazzo di 14 anni morto ad Auschwitz di nome Peter Ginz. Un astronomo ceco, Jaha Ticha aveva dato il suo nome a un piccolo astro da lui scoperto. Per Ilan Ramon era diventato il simbolo della memoria ebraica. Ne aveva parlato al figlio Assaf, oggi cadetto daviazione israeliana cui aveva scritto prima di partire: «Assaf, mio primogenito. Ogni notte guarda al cielo e pensa a me che gli giro attorno. Un poco lontano ma vicino col cuore. Ti amo. Mi manchi. Prendi cura di te stesso di tua madre e dei tuoi fratelli».
Premonizione di quanto sarebbe successo? Forse. Ma non avrebbe certo mai immaginato che quelle pagine di diario, 37 in tutto, ritrovate in parte bruciacchiate da uno scout indiano fra i frammenti della navicella sparsi sul territorio della contea di San Antonio nellArizona, nei pressi di una cittadina di nome Palestine, sarebbero diventate un cimelio nazionale, recentemente esposto al museo di Gerusalemme.
La polizia israeliana, dopo un anno di lavoro e con laiuto di sofisticati strumenti, ha ricostruito 17 pagine di questo diario piovuto dal cielo. Coincidenze incredibili. Leggibili sono fra laltro le righe vergate a mano dal colonnello che contengono la benedizione sul vino per santificare il sabato. Miracolo? Il Talmud dichiara di non «fare affidamento ai miracoli». Nel testo biblico tuttavia Dio dice più volte agli ebrei «voi avete visto». Una frase senza punto di domanda. Una constatazione. Dei miracoli? No.
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