Il braccio di ferro tra Stati Uniti e Cina prosegue a oltranza, al netto di de-escalation e timide aperture diplomatiche. La competizione non si gioca più soltanto sul piano militare o su quello commerciale. In seguito allo scoppio della guerra in Iran, e alle conseguenze economiche derivanti dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, sta assumendo un'importanza enorme il controllo dei flussi. Detto altrimenti, rotte, infrastrutture e snodi logistici stanno diventando strumenti di pressione geopolitica. Sono i cosiddetti “choke point”, le strozzature lungo cui transitano merci, energia e dati, e che possono rallentare o bloccare un’economia intera. Ecco alcuni aspetti da considerare.
I Paesi che possono decidere la sfida tra Usa e Cina
Se per decenni gli Usa hanno dominato i choke point marittimi, d’ora in avanti la sfida potrebbe spostarsi sulla terraferma, dove la Cina ha costruito la propria espansione economica.
È in questo contesto che si inserisce l’analisi del giornalista Ken Moriyasu, intervistato da Deutsche Welle, secondo cui gli Stati Uniti dovrebbero concentrarsi sulle “strozzature terrestri” in Eurasia. In particolare, Moriyasu ha individuato un gruppo di Paesi capaci di orientare gli equilibri globali proprio perché attraversati da corridoi strategici e catene di approvvigionamento.
Nel video diffuso dall’emittente tedesca, l’analista ha sottolineato come la competizione tra potenze si stia spostando verso queste aree grigie, lontane dai tradizionali teatri militari, ma decisive per il commercio globale. Il punto è che molte delle infrastrutture costruite da Pechino con la Belt and Road Initiative passano proprio da qui: controllarne i passaggi significherebbe poter esercitare una pressione indiretta ma efficace sull’economia cinese.
Quali sono questi Paesi? La lista comprende Ungheria, Armenia, Turchia, Mongolia, Kazakhstan, Uzbekistan, Azerbaigian e Pakistan. A detta di Moriyasu, gli Usa dovrebbero tamponare l’espansione cinese in questi Stati, così da rendere vana la strategia di Pechino di bypassare i choke point dislocati nell’Oceano Indiano.
Un duello complicato
La partita, però, è tutt’altro che a senso unico. Se gli Stati Uniti possono ancora contare su leve decisive – dal sistema finanziario basato sul dollaro alle tecnologie avanzate – la Cina ha consolidato nel tempo proprie “strozzature”, soprattutto nelle catene industriali e nelle materie prime critiche. Questo rende il confronto più simmetrico di quanto appaia.
L’idea di puntare sui corridoi terrestri eurasiatici rappresenta quindi un tentativo di riequilibrare il campo di gioco, spostando la pressione su territori dove Pechino è più esposta.
Ma è una strategia complessa: richiede alleanze, presenza diplomatica e investimenti infrastrutturali. Detto altrimenti, agli Usa non basta controllare i mari. Per contenere davvero la Cina, Washington deve imparare a muoversi anche sulla terra. In particolare all’interno degli otto Paesi sopra citati.