Nella giornata di mercoledì 18 febbraio, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha molto probabilmente messo la parola fine allo SCAF (Système de Combat Aérien du Futur), il caccia di sesta generazione franco-tedesco-spagnolo.
“I francesi hanno bisogno di un aereo con capacità nucleare nella prossima generazione di aerei da combattimento, noi non ne abbiamo bisogno nella Bundeswehr tedesca in questo momento”, ha dichiarato Merz a Machtwechsel, un podcast politico tedesco, come riportato dal Financial Times. “Ora sorge la domanda: abbiamo la forza e la volontà di costruire due aerei per questi due diversi profili di requisiti oggettivi, o solo uno?” ha proseguito il cancelliere, aggiungendo che “la Francia vuole costruire solo una cosa e vuole allinearla praticamente alle specifiche di cui ha bisogno. Ma non è quello di cui abbiamo bisogno”.
Il leader tedesco ha anche precisato che non si tratta di “una disputa politica” e che esiste “un problema reale nel profilo dei requisiti. Se non riusciamo a risolvere questo problema, non potremo mantenere il progetto”.
Le dichiarazioni di sfiducia sulla sorte dello SCAF del cancelliere tedesco sono solo le ultime che arrivano da Berlino: a inizio febbraio, erano state fatte trapelare delle indiscrezioni sul malcontento tedesco e sulla possibilità per la Germania di entrare nel GCAP (Global Combat Air Programme) espresse durante il vertice romano tra il premier Merz e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Il GCAP, come sappiamo, è il progetto italo-anglo-nipponico per un caccia di sesta generazione e attualmente è l'unico vero programma che sta facendo concreti passi avanti per arrivare alla costruzione del velivolo entro la data prevista (2035 circa).
La Germania è stufa delle pretese francesi
Per capire i problemi dello SCAF che hanno portato alla sua ormai quasi definitiva cancellazione, occorre precisare come è costituito il progetto di un caccia di sesta generazione. Si tratta di un “sistema di sistemi”, ovvero di una serie di sofware e hardware (un'architettura informatica e una fisica) che comunica, collabora e scambia dati in tempo reale con altri sistemi presenti sul campo di battaglia (satelliti, forze terrestri, marittime, cibernetiche...). In particolare – e semplificando per chiarezza – il “sistema di sistemi” di sesta generazione ha il suo centro nevralgico nel software gestionale, che comprende un cloud militare, a cui si aggiunge il velivolo vero e proprio e un velivolo non pilotato da combattimento, chiamato CCV (Collaborative Combat Vehicle) un tempo noto come “loyal wingman”.
Il problema nello SCAF, che si è presentato quasi sin dall'inizio della formazione della collaborazione internazionale nel 2017, è stato la ripartizione del carico di lavoro di tutta l'architettura di sistema (hardware e software), con la Francia che, per voce di Dassault Aviation, è arrivata a chiedere l'80% della costruzione del velivolo vero e proprio generando quindi uno squilibrio nella futura gestione dei brevetti e nelle ricadute tecnologiche successive. Ovviamente l'industria tedesca – leggasi Airbus – ha rifiutato una tale possibilità, e quello che prima sembrava solo uno scontro industriale è in realtà diventato uno scontro politico, nonostante le recenti parole del cancelliere Merz. Se infatti la Germania afferma che non intende pagare per un aereo che avrà anche il ruolo nucleare (tattico), in quanto la Luftwaffe vedrà a breve in servizio gli F-35A per eseguire quella missione in sostituzione dei vecchi Tornado, sta in effetti mettendo con le spalle al muro la Francia, che ha assolutamente bisogno di un velivolo per il futuro capace di effettuare quella missione in sostituzione dei Rafale.
Un destino già segnato
Ora Germania, Francia e Spagna devono decidere se passare alla fase successiva come previsto o ridimensionare lo SCAF eliminando l'elemento comune del velivolo vero e proprio, come vorrebbe fare Dassault – che ha sempre detto di averne le capacità – e come sostanzialmente ha fatto capire anche la stessa Germania quando ha detto che si concentrerà solo nel progetto comune del cloud militare, chiamato Combat Fighter System Nucleus (CFSN).
Ma sappiamo che Berlino ha avvicinato Roma per sondare la possibilità di entrare nel GCAP, e che verso la fine dello scorso anno ha avviato colloqui tecnici con Regno Uniti e Italia per valutare la fattibilità dell’allineamento dei collegamenti dati e dell’interoperabilità tra il CFSN e l’architettura di sistema del GCAP.
Venerdì scorso, il presidente francese Macron ha lanciato un appello alla Germania affinché mantenga intatto il progetto affermando come sia “difficile per me capire come costruiremo nuove soluzioni comuni se
distruggiamo le poche che abbiamo”, ma il progetto, a meno che Dassault non ridimensioni le sue pretese, appare sostanzialmente defunto, e anche qualora dovesse ripartire, ha già accumulato notevoli ritardi rispetto al GCAP.