Navi, uomini e aerei: cosa rivela il rapporto della Marina Militare

Il rapporto annuale della Marina Militare parla chiaro: alle nostre Forze Armate servono più uomini, aerei e navi per far fronte ai tanti impegni a cui l'Italia prende parte ogni anno.

Uff. Stampa Marina Militare

La Marina Militare Italiana ha pubblicato giovedì 4 aprile il rapporto delle attività svolte dalla Forza Armata nel 2023, e quanto si legge ci permette di fare alcune importanti riflessioni anche sull'onda di quanto affermato dal capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone. Innanzitutto leggiamo nel documento che il 2023 è stato per la marina un anno “sfidante”. Si riferisce infatti che sono ulteriormente cresciute competizione e tensione nel Mediterraneo Allargato, ovvero in quel vasto teatro che il nostro Paese da tempo ha individuato come di particolare interesse per la propria sicurezza.

Tutte le minacce all'Italia

Queste tensioni sono anche il risultato del proseguire della guerra in Ucraina e dell'aggravarsi della crisi israelo-palestinese. Nel Mare Nostrum persiste, si legge ancora, la presenza di navi e sottomarini russi con un atteggiamento “a tratti imprudente” e si ricorda una volta di più che le nostre infrastrutture sottomarine sono sottoposte a un “rischio impellente” e si sottolinea come le contese tra gli Stati rivieraschi per lo sfruttamento delle risorse, il cui accesso è legato “al mare e ai fondali” siano latenti, riferendosi alle note questioni legate alla definizione delle Zone Economiche Esclusive (Zee), la cui proclamazione unilaterale da parte di altre nazioni che afferiscono a quella parte di Mediterraneo che bagna il nostro Paese ci ha colto impreparati in passato.

Il rapporto cita anche la recente crisi nel Mar Rosso affermando che ha dimostrato la natura asimmetrica della minaccia aeronavale data da droni – aerei, di superficie e sottomarini – dal basso costo e di facile impiego. In questo scenario di tensione e di diffusione delle minacce, la Marina Militare ha operato su più fronti posizionando le proprie unità navali “dove serve quando serve”.

Le navi italiane in azione

Nel 2023 sono state impiegate per questo importante – e oneroso – scopo 30 navi, due sommergibili, 12 sezioni aeree e 10 squadre di abbordaggio per un totale di circa 4mila marinai. Il picco di quest'impegno si è avuto il 27 aprile dello scorso anno quando sono state schierate contemporaneamente 42 navi, quattro sommergibili e 18 sezioni aeree per un totale di 7324 marinai.

Questi numeri, già di per sé significativi del carico di lavoro assorbito dalla Forza Armata, sono ancora più importanti se si pensa che la marina è stata presente in alcuni settori geografici in modo continuo: Mediterraneo, Golfo di Guinea, Artico, Oceano Indiano, Mare del Nord e Baltico. Inoltre per la prima volta c'è stata una proiezione navale verso l'Estremo Oriente con la crociera del pattugliatore d'altura “Morosini” che si è accompagnata al viaggio della fregata “Fasan” negli Stati Uniti, senza dimenticare la crociera intorno al mondo della nave scuola “Vespucci”.

La coperta corta della marina

Tutto questo ha determinato, leggiamo nel rapporto, “un elevatissimo livello di impegno su tutti i fronti con tempi di ricondizionamento di personale e mezzi ben inferiori a quelli che dovremmo assicurare”. Sostanzialmente, quindi, la Forza Armata sta dicendo che con questi ritmi mezzi, ma soprattutto uomini, non ricevono il giusto periodo di avvicendamento con conseguente usura che nel lungo periodo potrebbe facilmente andare a inficiarne l'efficienza operativa.

Si ricorda che ridurre la nostra presenza aprirebbe le porte a Paesi che stanno investendo molto nello strumento navale per sostituirci a discapito dei nostri interessi nazionali: fallire nel mantenere il vantaggio strategico marittimo renderebbe la nazione più vulnerabile.

I marinai a disposizione

Il rapporto offre anche il quadro della situazione del personale, ritenuta anche dallo Stato maggiore della Difesa, preoccupante: per la nostra Marina la consistenza media, durante il 2023, è stata di 29300 marinai, ma il modello ritenuto adeguato per portare a termine i compiti assegnati garantendo una regolare turnazione è su 39mila marinai (35mila è il fabbisogno minimo indispensabile). Per ciascun “equipaggio” in mare, infatti, deve essercene uno pronto a terra e uno in licenza, e lo stesso meccanismo è valido per qualsiasi altra forza armata.

L'attuale modello di Difesa, pertanto, non è più sufficiente a garantire una giusta turnazione del personale a fronte degli impegni presi: l'ammiraglio Cavo Dragone, recentemente, ha ancora una volta ricordato che servono 10mila unità in più rispetto alle attuali 160mila, ma anche qualora si arrivasse a quota 170mila saremmo “al limite della sopravvivenza”.

Nel 2024 la consistenza massima del personale impiegato nelle numerose missioni internazionali a cui partecipa l'Italia ammonta a 11100 unità, ma ci sono 6800 militari dell'Esercito che sono impiegati nell'operazione nazionale “Strade Sicure” di affiancamento alle forze di polizia. In totale quindi ci sono 17mila unità che ogni anno sono impegnate in lunghe missioni.

Se sembra poco, il Regno Unito, che può contare su delle Forze Armate composte da 150mila unità e ne impiega in missione 7mila, ha definito le sue forze “overstretched”, ovvero sovraccariche. Bisogna poi considerare che la nostra spesa per la Difesa è nettamente inferiore a quella britannica, o a quella francese o di tanti altri Paesi Nato essendo noi al 17esimo posto per quanto riguarda la percentuale del Pil per la Difesa. Londra, ad esempio, mette a bilancio 70 miliardi di dollari a fronte dei 31,1 dell'Italia, mentre la Francia 54,4 e la Germania 53,4. Bisogna poi considerare che questa spesa viene ripartita meglio tra i nostri alleati che devolvono per il personale tra il 30 e il 40 percento del totale rispetto al 60,7 dell'Italia.

La soluzione ideale sarebbe investire di più razionalizzando le missioni in modo da poter concentrarsi su quelle che sono le aree geografiche più importanti per la sicurezza nazionale.

In altri termini alcune missioni andrebbero chiuse, altre ridimensionate (Unifil Libano) e altre ancora implementate (ad esempio nell'Indo-Pacifico), ma soprattutto bisognerebbe porre fine a una visione di politica estera presenzialista in ogni dove, che non ha mai portato quei benefici che ci saremmo aspettati.

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