Un nuovo tentativo diplomatico per ridurre le tensioni tra Stati Uniti e Iran prende forma alla vigilia dei colloqui previsti domani in Oman. Secondo quanto riferito da due fonti vicine ai negoziati ad al Jazeera, Qatar, Turchia ed Egitto avrebbero presentato a Teheran e Washington una bozza di “principi chiave” articolata in cinque punti, destinata a fare da cornice per un possibile accordo.
Il pacchetto affronta i nodi più delicati della crisi: il programma nucleare iraniano, il ruolo regionale della Repubblica islamica, la questione dei missili balistici e la possibilità – finora impensabile – di un patto formale di non aggressione tra i due storici rivali.
According to the Editorial Board of Iran International, at least 12,000 people have been killed so far by security forces in ongoing anti-government demonstrations in Iran, calling it the “largest massacre in contemporary Iranian history,” occurring primarily over two consecutive… pic.twitter.com/QfLi6c3QS6
— OSINTdefender (@sentdefender) January 13, 2026
L’uranio arricchito e il nodo delle scorte: la proposta per congelare il programma nucleare
Il primo elemento della proposta punta direttamente al cuore del dossier nucleare: Teheran dovrebbe impegnarsi a sospendere l’arricchimento dell’uranio per tre anni e, successivamente, mantenere il livello sotto l’1,5%. La misura avrebbe l’obiettivo di riportare il programma iraniano su una soglia compatibile con un utilizzo civile e controllabile, dopo anni in cui le potenze occidentali hanno denunciato un’accelerazione delle capacità tecniche del Paese.
Un punto ancora più sensibile riguarda le scorte già accumulate. Secondo quanto riferito, inclusi circa 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, il materiale verrebbe trasferito in un Paese terzo. È un passaggio cruciale, perché il trasferimento delle riserve ridurrebbe drasticamente la capacità dell’Iran di raggiungere in tempi brevi livelli di arricchimento quantomeno prossimi a quelli necessari per un’arma nucleare, sebbene Teheran continui a sostenere che il suo programma non abbia finalità militari.
Missili balistici e proxy regionali: la parte più politica e più difficile del negoziato
La proposta dei mediatori non si limita al nucleare. Il testo include un impegno iraniano a interrompere il trasferimento di armi e tecnologie ai gruppi armati alleati nella regione, un riferimento diretto alla rete di milizie sciite che negli anni ha consolidato l’influenza di Teheran in Medio Oriente. È uno dei dossier più controversi: per Washington e per molti alleati regionali degli Stati Uniti, il sostegno iraniano ai proxy è considerato una delle principali fonti di instabilità strategica.
Il quarto punto, legato ai missili balistici, appare ancora più delicato perché tocca un elemento che l’Iran considera centrale per la propria deterrenza. Teheran dovrebbe impegnarsi a non utilizzare per prima i missili balistici, mentre la posizione americana sarebbe più rigida e punterebbe a ottenere una riduzione dell’arsenale. Proprio su questo aspetto si concentrano da tempo le maggiori divergenze: per Teheran il programma missilistico è “non negoziabile”, mentre per Washington è inseparabile da qualunque accordo di sicurezza regionale.
Il punto più ambizioso: un patto di non aggressione tra Teheran e Washington
Il quinto punto della proposta è quello che potrebbe rappresentare la svolta politica più ampia: un accordo di non aggressione tra Stati Uniti e Iran. Un simile impegno avrebbe un valore simbolico enorme, perché significherebbe superare almeno in parte la logica della minaccia reciproca che domina i rapporti tra i due Paesi dal 1979.
Resta però da capire se un’intesa del genere sia realisticamente sostenibile nel clima attuale. I colloqui di domani in Oman si svolgono, infatti, in un contesto in cui la fiducia tra le parti è ai minimi, e in cui qualsiasi concessione rischia di trasformarsi in un costo politico interno sia per la leadership iraniana sia per quella americana. Proprio per questo il ruolo dei mediatori regionali è diventato centrale: Qatar, Turchia ed Egitto cercano di costruire un percorso graduale che riduca la possibilità di escalation militare e mantenga aperto uno spazio negoziale.