I cattivi maestri (e prof) e il sangue degli allievi

La docente che non dà un voto, ma bolla il compito in classe come "inclassificabile". E il preside che tollera le spranghe a scuola

I cattivi maestri (e prof) e il sangue degli allievi

Millenovecentosettantatre. Le dodici di un giorno di autunno. All'Istituto Tecnico Industriale è l'ultima ora di lezione. La professoressa consegna i compiti in classe: un tema sugli anni del fascismo. La prof chiama alla cattedra gli alunni a uno a uno. Di ciascuno pronuncia ad alta voce cognome e voto, in modo che tutti sentano. Niente di strano. Ha sempre fatto così. Facevano tutti così, i prof, in quella scuola in quel tempo.

«Citterio, sette». «Fumagalli, otto». «Messina, cinque». «Brivio, sette». «Ornaghi, sei».

Il gelo arriva verso la fine. «Di Sabatino, inclassificabile», dice la prof, e sembra che lo dica tutto in maiuscolo ed esclamativo: «Di Sabatino, INCLASSIFICABILE!!!».

Di Sabatino, Mimmo Di Sabatino, è incredulo. Si sente umiliato nel percorrere tutta l'aula per andare a ricevere quella sorta di scomunica. Inclassificabile. Ma perché? Nei pochi secondi in cui cammina verso la cattedra, prova a immaginare una spiegazione: ho scritto quattro pagine, l'italiano era corretto, certo io non sono di sinistra mentre la prof sì lo è, ma mica sono fascista...

Quando torna al banco, legge sul foglio di protocollo la motivazione. La sua tesi sul consenso che ebbe Mussolini è inaccettabile, ha scritto in rosso la prof. Ma perché? Eppure non era neanche sua, quella frase. L'aveva scritta mettendola tra virgolette e citando la fonte: il professor De Felice, uno storico.

De Felice, Renzo De Felice, era un uomo di sinistra. Era stato iscritto al Pci, poi se n'era andato quando l'Urss aveva invaso l'Ungheria, ma non era passato a destra, si era iscritto al Psi. La sua opera sul fascismo è ancora oggi considerata fondamentale in tutte le università. Ma in quegli anni De Felice era all'Indice. Perché del fascismo aveva analizzato a fondo le cause, le origini, il consenso appunto che ebbe da molti italiani, insomma veniva fuori dai suoi studi anche una responsabilità delle vecchie istituzioni liberali, veniva fuori il pericolo che era stato il biennio rosso, la fascinazione esercitata sul popolo dall'uomo forte che prometteva ordine... Nessuna assoluzione per il regime. Ma Mussolini non era stato catapultato da Marte. Non era un corpo estraneo all'Italia. E questo non lo si poteva dire. De Felice era bandito. Troverà poi ospitalità solo al Giornale di Montanelli.

«Inclassificabile». Mimmo non aveva mai preso un voto - voto si fa per dire - del genere. Era scosso. Ma non sapeva quello che gli sarebbe successo pochi minuti dopo. Qualcosa che avrebbe cambiato, per sempre, la sua vita.

Ore 13,10. Gli studenti escono dall'Istituto Commerciale e Mimmo vede subito che ci sono alcune facce da paura. Sono quelli che a Milano chiamano i katanga. Vengono perlopiù dal Movimento Studentesco e sotto l'eskimo tengono una chiave inglese di mezzo metro. «Hazet 36, fascista dove sei?», gridavano quando sfilavano per le vie. Di solito i katanga colpiscono alle spalle. Ma questa volta non c'è bisogno. Sono in tanti, Mimmo Di Sabatino è da solo e nessuno si sognerà di intervenire. Il seguito è la perdita di conoscenza, il sangue, la corsa in ambulanza, l'operazione.

Anni dopo Mimmo mi mostrerà la placca con la quale gli era stata ricostruita una parte della calotta cranica. Era diventato un estremista di destra. «Quando sono guarito mi sono procurato una pistola, una 7,65 automatica. Una sera stavo tornando a casa, da solo. Io abito in periferia e non c'era nessuno. A un certo punto sono spuntati, da un angolo, sei o sette armati di chiave inglese. Quello che mi aveva dato la pistola mi aveva istruito dicendomi: ricordati, meglio un brutto processo che un bel funerale. Ho sparato alcuni colpi ad altezza d'uomo. Sono scomparsi tutti».

Quante volte è successo, negli anni Settanta? Quanti ragazzi di destra sono stati ammazzati perché erano di destra e quanti ragazzi di sinistra sono stati ammazzati perché erano di sinistra? Nel 1975 solo a Milano, nel giro di tre mesi, se ne contarono quattro. Il 13 marzo in via Paladini venne aggredito a colpi di spranga Sergio Ramelli, 18 anni, militante del Fronte della Gioventù. Morirà il 29 aprile. I suoi assassini, studenti universitari di Avanguardia Operaia, furono arrestati e processati una decina d'anni dopo. Il 16 aprile in piazza Cavour alcuni militanti dell'estrema sinistra aggredirono tre studenti del Fuan, l'organizzazione universitaria della destra missina. Due degli aggrediti riuscirono a fuggire. Il terzo non poteva: aveva una gamba offesa. Si rifugiò nella sua automobile, una Mini Minor che venne presto colpita da una graguola di colpi. Lui tirò fuori la pistola e sparò uccidendo Claudio Varalli, 17 anni. La sera stessa la sede del Giornale fu presa d'assalto. Il Giornale aveva la colpa, tra l'altro, di avere la sede proprio lì, in piazza Cavour. Il giorno dopo, 17 aprile, durante una manifestazione per la morte di Varalli, ci furono scontri in città e in corso XXII marzo il ventottenne di sinistra Giannino Zibecchi venne travolto e ucciso da un camion dei carabinieri. La sera del 25 maggio alcuni estremisti di destra uccisero a coltellate lo studente-lavoratore Alberto Brasili, 19 anni, e ferirono la sua fidanzata, Lucia Corna, 23. Brasili non era noto come estremista di sinistra. Ma quella sera, in via Mascagni, aveva staccato un adesivo elettorale del Msi. I sanbabilini l'avevano visto e inseguito per fargliela pagare. L'anno dopo il regista Carlo Lizzani avrebbe dedicato alla morte di Brasili il film San Babila ore 20: un delitto inutile.

Si moriva per così poco, in quegli anni.

Ma torniamo al racconto di Mimmo. «Quel tema in cui citavo De Felice mi era stato consegnato all'ultima ora. Come facevano i katanga a sapere?». Il dubbio è atroce: fu la professoressa a informarli che in classe un fascista aveva scritto un tema inclassificabile? Chissà. Non sarebbe un caso isolato.

C'è un tema anche prima della morte di Ramelli. La madre ha raccontato che Sergio aveva scritto contro le Brigate Rosse; e aveva scritto pure che l'anno precedente, nel '74, nessuno del mondo politico e istituzionale aveva condannato l'omicidio, da parte delle Br, di due militanti del Msi di Padova, Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci. Quel tema era stato letto pubblicamente in classe dal professore e poi affisso a una bacheca della scuola come capo d'accusa.

Come furono possibili simili complicità? Ideologia o vigliaccheria?

«Ti vesti come un compagno, vieni con noi», mi disse un giorno al bar della scuola Caterina, una ragazza di estrema sinistra. Cominciammo a frequentarci. Passavamo interi pomeriggi a camminare per Milano, con lei che mi parlava dei loro collettivi e dell'autocoscienza delle femministe. Due palle così. Ma Caterina era bellissima, bionda, occhi azzurri, intelligente, simpatica. «Andiamo nell'aula studenti», mi disse un pomeriggio. Era un'aula che il preside aveva concesso in teoria appunto agli studenti, in pratica a quelli del Cub, i Comitati Unitari di Base. Entrammo. Era un deposito di armi. Spranghe, bastoni, chiavi inglesi, martelli. Il preside non sapeva?

Perché tanta violenza? Mario Capanna, il leader del Movimento Studentesco che si ritirò proprio perché non volle essere complice dei katanga, ha sempre dato una spiegazione condivisa da gran parte della sinistra: a cambiare tutto, a far diventare cattivi i ragazzi del Sessantotto, fu un evento traumatico. La strage di piazza Fontana.

(3 continua)

La vicenda di Mimmo Di Sabatino è reale. Il nome è di fantasia per motivi di riservatezza

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