E De Benedetti si candida a guidare il partito delle tasse

L’ingegner De Benedetti ha avanzato una proposta tributaria, quella di una imposta ordinaria sui patrimoni delle famiglie, allo scopo di finanziare la riduzione della tassazione del lavoro che, ove applicata, darebbe una bella mazzata alla nostra economia, mentre sta per uscire dalla recessione. Tale proposta, secondo lui, non è vetero comunista, ma liberale, anzi, conforme ai principi di Luigi Einaudi. Il quale, sempre secondo De Benedetti, avrebbe insegnato che «favorire fiscalmente chi produce e lavora penalizzando chi accumula è l’essenza stessa del liberalismo». Vade retro, Ingegnere. Per Einaudi non bisogna tassare il risparmio, tutto il contrario di quello che lei sostiene.
Ma in cosa consiste questa proposta debenedettiana? Bisognerebbe tassare tutto il patrimonio posseduto dalle famiglie, salvo la «prima casa» qualora si tratti «di un modesto appartamento in periferia». L’imposta, dunque, colpirebbe, con una aliquota ordinaria, tutto ciò che i residenti in Italia posseggono sotto forma di immobili, di azioni, di titoli del debito pubblico, di obbligazioni, di fondi di investimento, di depositi bancari eccetera, mentre - è sempre l’Ingegnere eretto a tributarista che lo dice - sarebbero esonerati i beni strumentali delle imprese. Non è chiaro cosa accadrebbe quando una persona possiede una impresa, non tramite le azioni o quote sociali, che la rappresentano, ma direttamente. Trattandosi di impresa non societaria Carlo De Benedetti non precisa l’aliquota. Ma indica il probabile imponibile che sarebbe di 40mila miliardi di euro, cioè 27 volte il nostro Prodotto interno lordo. Una cifra che non ha riscontro nei dati ufficiali della Banca di Italia, che indicano un patrimonio netto delle famiglie italiane pari a otto volte il Pil, cioè 12mila miliardi.
Aggiungendovi i debiti delle famiglie si arriva al loro patrimonio lordo, che è forse 12mila cinquecento miliardi. Ma lasciamo stare queste complicazioni tecniche e quelle connesse alla macchina tributaria necessaria per gli accertamenti. Osservo, intanto, che gli immobili posseduti dai privati sono già tassati con un tributo patrimoniale, che è l’Ici, salvo la prima casa che, con la nuova proposta, verrebbe di nuovo sottoposta a tassazione, tranne quando sia un appartamento modesto periferico. L’effetto sul mercato immobiliare della notizia di una patrimoniale ordinaria aggiuntiva all’Ici a favore dello Stato, sarebbe, ovviamente, una mazzata. Esso si bloccherebbe di nuovo. E l’edilizia, che si sta riprendendo, subirebbe una stasi particolarmente dannosa, ora che si sta uscendo dal tunnel. Ma che cosa succederebbe ai titoli del debito pubblico italiano, con la notizia di una imposta patrimoniale sui Bot che le famiglie posseggono? E che cosa succederebbe ai depositi bancari e ai patrimoni di azioni e obbligazioni che le banche gestiscono, per le famiglie e che verrebbero tassati, sul loro valore complessivo, in aggiunta alla cedolare secca del 12,5 per cento sui proventi? La ricchezza finanziaria delle famiglie in Italia è tassata con trattenute alla fonte sul reddito, senza interferire con la titolarità dei conti bancari intestati ai vari soggetti. Se l’imposta patrimoniale ordinaria fosse personale, tale anonimato fiscale cesserebbe. I titoli e i depositi bancari di ogni persona residente in Italia, su banche italiane, verrebbero sommati per ricostruire il totale del patrimonio dei singoli. A ciò si aggiungerebbero le quote di fondi di investimento e il valore degli immobili, stimato con dati catastali rivalutati con coefficienti fissi. I titoli e i depositi e le quote di fondi collocati su banche estere andrebbero dichiarati, ma non sarebbe facile identificarli. Quindi vi sarebbe un esodo dei depositi bancari e delle gestioni finanziarie su banche e altri intermediari finanziari italiani verso banche e intermediari finanziari esteri. Per cercare di evitare questo sconquasso si può cercare di ripiegare su una imposta proporzionale sul patrimonio che, ovviamente, sarebbe meno equa di quella personale, perché ignorerebbe se la singola famiglia possiede poco o tanto o tantissimo, tassandole tutte nella medesima misura. Ma anche in tal caso vi sarebbe la fuga verso l’investimento estero su banche estere, per sfuggire al censimento dei beni posseduti. Il mercato azionario e obbligazionario italiano risentirebbero della notizia che i possessi dei privati sono tassati con una aliquota proporzionale imprecisata e suscettibile di aumento. E le emissioni dovrebbero essere fatte a condizioni più onerose per gli operatori emittenti. Le imprese pagherebbero il denaro di più.
Davvero si può pensare che questa imposta aiuterebbe la ripresa economica, anziché danneggiarla e che ai lavoratori converrebbe vedersi ridurre le aliquote sul reddito da lavoro mentre il risparmio viene tassato? Davvero è sensato tassare il risparmio, illudendosi che ciò non intacchi l’accumulazione e non ostacoli il finanziamento delle imprese? Il pensiero degli economisti liberali dice che per crescere l’economia ha bisogno di maggiore risparmio per finanziare l’investimento. Come si può pensare che tassare le proprietà delle famiglie italiane con una imposta patrimoniale ordinaria sia un programma liberale? A me pare proprio vetero comunista. E comunque oggi molto, molto pericoloso.