E in Tribunale scatta l'ora della tolleranza zero

Condannati i commercianti che uccisero Abba. Pena ancora più pesante per il nomade che investì un pensionato. Il messaggio dei giudici: le regole si rispettano, e non è ammesso farsi giustizia da sè.

Nel giro di meno di un'ora, nel Palazzo di giustizia milanese, vengono pronunciate due sentenze chiamate a prendere di petto storie assai diverse tra loro, ma entrambe profondamente connesse a questo palpabile impazzimento del nostro vivere civile. Davanti ai giudici, nel tribunale assediato dal caldo, arriva l'ora decisiva per Marco Braidic, nomade, accusato di avere travolto e ucciso con l'auto della propria fidanzata un anziano pensionato; e per Fausto e Daniele Cristofoli, padre e figlio, commercianti, accusati di avere inseguito ed ammazzato un giovane che aveva rubato dal bancone del loro bar un pacchetto di merendine.
Per tutti, per il nomade e per i due italiani, l'accusa è di omicidio volontario. E già questo è un segno dei tempi, perchè nessuno dei due delitti si riassume in quella che una volta sarebbe stata la figura classica dell'omicidio volontario. Nessuno, di questi imputati, ha lucidamente e deliberatamente programmato la morte della propria vittima. Certamente non lo ha fatto Braidic, che nemmeno conosceva il povero Giovanni Conti Papuzza. E probabilmente non lo hanno fatto nemmeno i due Cristofoli, accecati dalla furia per il furto, ossessionati dalla voglia di vendetta. Eppure al primo e agli altri la Procura aveva contestato il reato di omicidio volontario.
Per i magistrati dell'accusa, sia Braidic che i Cristofoli - se non hanno programmato di uccidere - hanno però scelto lucidamente di fare del disprezzo totale per le vite altrui il motore delle proprie azioni. Questo ha portato Braidic a guidare come un folle, travolgendo l'anziano sulle strisce pedonali e guidando poi a zig zag per liberarsi del corpo piombato sul cofano. E lo stesso disprezzo ha portato i due Cristofoli a farsi giustizia sommaria da sè, inseguendo Abba e i suoi amici fino a chiuderli all'angolo, e a colpire lo «sporco negro» con violenza cieca. Tutti loro sapevano, dovevano sapere, che la conseguenza delle loro azioni poteva essere la morte di un essere umano. E per questo, secondo la Procura, dovevano rispondere di omicidio volontario.
Davanti a questa impostazione, i giudici avevano più di una strada davanti a sè. E - va detto - se in entrambi i casi avessero deciso strade diverse, applicando pene anche severe per omicidio colposo o preterintenzionale, non si sarebbe potuto gridare allo scandalo. Ma le due sentenze di oggi sposano invece senza incertezze la linea della fermezza. Ed è significativo che vengano da due organi giudicanti assai diversi tra loro, la prima da una corte d'assise composta in maggioranza di giudici popolari, cioè da cittadini qualunque, e la seconda da un singolo giudice, un magistrato di professione che prende su di sè, in totale solitudine, l'intero peso della decisione. Ma il messaggio che le due sentenze inviano si può ugualmente leggere come un messaggio congiunto. E dice che il rispetto delle regole, della vita, dei diritti delle persone, è un obbligo la cui violazione non ammette indulgenze. Ma che altrettanto grave, fino a costituire un male peggiore del male, è l'istinto brutale a farsi giustizia da sè, sostituendosi allo Stato, e facendo così delle nostre città una prateria di violenza fuori controllo.
Contro queste devianze diverse e parallele, oggi la giustizia milanese sceglie la strada della tolleranza zero. Senza bisogno, anche questo va detto, di ricorrere a leggi speciali.

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