Ecco i dati, con Prodi l’economia rallenta

Fabrizio Ravoni

da Roma

I dati prima di tutto. L’Istat comunica che nel terzo trimestre di quest’anno, la ricchezza del Paese (misurata con l’andamento del Pil, prodotto interno lordo) è cresciuta dello 0,3% rispetto al trimestre precedente. Nei primi sei mesi del 2006, il Pil era aumentato dello 0,8% (primo trimestre) e dello 0,6% (secondo trimestre). L’andamento tendenziale del Pil di quest’anno resta comunque all’1,7%.
A determinare il brusco rallentamento (la crescita si è dimezzata da giugno in avanti) il calo degli investimenti. A generarlo è stato soprattutto la diminuzione dell’11,7% degli acquisti di mezzi di trasporto (auto in primo luogo); ma anche degli investimenti in macchine, attrezzature e prodotti vari. A stimolare il Pil, solo i consumi interni. Tant’è che la spesa delle famiglie cresce nel terzo trimestre dello 0,6%.
Fin qui, i numeri dell’Istat. Questi numeri, però, contengono forse la più ufficiale bocciatura della politica economica del governo Prodi.
Le date sono importanti. Fino al 1° luglio il Pil è cresciuto ad una velocità dello 0,8 e dello 0,6% a trimestre. Dal primo luglio al 1° settembre la crescita si è dimezzata. Le elezioni politiche si svolgono nella prima decade di aprile: a metà, quindi, del secondo trimestre. Il governo Prodi nasce il 17 maggio. Da quando è in carica, quindi, l’andamento del Pil è rallentato. E solo incidentalmente il decreto Visco-Bersani è del 4 luglio ed il Dpef del 7 luglio.
Dati e date smentiscono uno slogan caro al governo in carica: abbiamo fatto ripartire l’Italia. L’Istat certifica esattamente il contrario. Con il governo precedente, il Pil cresceva a ritmi doppi del trend registrato nel primo trimestre di governo Prodi. E il terzo trimestre ha goduto di tre giornate lavorative in più rispetto al precedente, ed una in meno rispetto allo stesso periodo di un anno prima.
Il peggio, però, deve ancora venire. Come i dati dell’Istituto centrale di statistica dimostrano, i consumatori sono estremamente sensibili alle scelte di politica economica. Il calo dell’11,7% delle vendite di auto è conseguente al «pasticcio» sull’aumento dei bolli: come hanno più volte dimostrato i numeri delle immatricolazioni.
Questa sensibilità dei consumatori rischia di essere colpita ulteriormente dalla legge Finanziaria. Finora - come dimostra l’Istat - il Pil si tiene su grazie ai consumi delle famiglie. Consumi che, secondo uno studio dell’Unioncamere, dovrebbero diminuire a causa di una manovra concentrata sul lato fiscale.
Con la conseguenza che il prossimo anno, mancando il sostegno alimentato dai consumi interni, il Pil dovrebbe rallentare ulteriormente. Ed il Pil è il primo indicatore della ricchezza di un Paese. Se il Pil rallenta, vuol dire che la ricchezza collettiva (fatta da 56 milioni di consumatori) frena. In modo speculare, se la ricchiezza frena, la povertà aumenta.
Un’altra smentita allo slogan del governo «abbiamo fatto ripartire il Paese», viene dai confronti internazionali. Nell’area Euro il terzo trimestre ha segnato una crescita dello 0,5% (contro lo 0,3% italiano), con un andamento tendenziale del Pil del 2,7%: a fronte del nostro 1,7%. La Gran Bretagna cresce nel trimestre dello 0,7%, la Germania dello 0,6, la Francia resta invariata. Su base annua, però, il Pil inglese aumenta del 2,7% (come in Giappone) e quello francese cresce dell’1,8%. Negli Stati Uniti la crescita tendenziale della ricchezza annua è del 3%, a fronte di un dato trimestrale dello 0,5%.


In altre parole, tutto il mondo occidentalizzato cresce a ritmi superiore, a volte doppi, di quelli italiani; mentre nei primi sei mesi dell’anno i trend italiani erano in linea con i target internazionali. E questa volta è l’Istat a dirlo.

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