L'Olocausto non è stato un incidente di percorso della storia, ma il punto di rottura che ha definito cosa significa essere umani e cittadini oggi. Nella discussione pubblica il problema dell'antisemitismo non occupa un posto tra gli altri, al contrario è un tema fondatore della coscienza storica contemporanea e senza far chiarezza su di esso non si comprende più nulla.
Se l'antisemitismo diventa, invece, solo una variante delle diverse forme di odio xenofobo, etnico, razziale risulterebbe fraintesa la portata reale della questione. Molto in fretta si scivolerebbe nel relativizzare la questione, nell'attribuirla al destino di una comunità, di un popolo o di una religione assai piccola. Paradossalmente l'ebraismo non è più una questione europea, la catastrofe storica dell'Olocausto ha quasi cancellato la presenza ebraica nel Vecchio Continente, mentre la nascita di Israele, la crescita della comunità negli Usa, l'odio islamista hanno cambiato quasi del tutto le coordinate politiche internazionali del rischio antisemita.
La vita ebraica si è spostata fuori dall'Europa (Israele e Usa), rendendo l'antisemitismo europeo un odio senza ebrei, una forma crudele di odio vuoto e nichilista. La feroce critica del ruolo di Israele ha causato, invece, l'antisionismo radicale, che spesso funge da contenitore moderno per antichi tropi antisemiti, spostando il bersaglio dall'individuo allo Stato. L'odio islamista ha introdotto, infine, una matrice religiosa e politica che fonde il risentimento anticoloniale con la teologia, creando un nuovo fronte di rischio globale.
Il volume di Mark Mazower, dal titolo Sull'antisemitismo (Einaudi, pagg. 367, euro 25), è un contributo importante per decodificare la grammatica profonda di questo fenomeno. Non si tratta di una cronologia di persecuzioni, ma di una ricostruzione genealogica che permette di cogliere le trasformazioni e le fratture che hanno segnato la storia moderna. Mazower, con precisione analitica, spiega i passaggi in cui il pregiudizio teologico si è trasmutato in un'ideologia politica totalizzante, infiltrata nelle pieghe della modernità.
L'analisi prende le mosse dalla prima e forse più insidiosa mutazione: lo sviluppo dell'antisemitismo politico proprio in concomitanza con il processo di emancipazione e assimilazione degli ebrei all'interno degli Stati-nazione. È qui che risiede il paradosso fondante: nel momento in cui l'ebraismo cercava di integrarsi, diventando formalmente eguale davanti alla legge, esso veniva percepito come un corpo estraneo ancora più pericoloso perché invisibile. Mazower esplora come la costruzione dell'identità nazionale europea, spesso fragile e bisognosa di un nemico interno per definirsi, abbia individuato nell'ebreo il perfetto antagonista della sovranità, accusandolo paradossalmente di essere sia il motore del capitalismo apolide sia l'agitatore della rivoluzione sovversiva.
Il libro espone le contraddizioni e le strumentalizzazioni che hanno accompagnato la nascita dell'ideologia antisemita moderna. Mazower non si limita a osservare il carnefice, ma volge lo sguardo alle reazioni che emersero all'interno delle stesse comunità ebraiche. Lo smarrimento fu profondo: molti ebrei, che avevano visto nell'Illuminismo e nella cittadinanza la fine di un incubo secolare, si ritrovarono improvvisamente bersagli di un odio nuovo, non più basato su ciò che professavano (la religione), ma su ciò che erano (la razza o l'etnia).
Sul filo dell'analisi storica di Mazower si può, al di là delle intenzioni dell'autore, proporre un ulteriore ragionamento.
La presa di potere nazista cambiò del tutto questo quadro, perché trasformò l'antisemitismo nell'arma ideologica fondamentale di un movimento politico teso alla costruzione di un potere mondiale. La catastrofica deriva genocidaria che il nazismo provocò con la Soluzione Finale pose in modo nuovo la questione. Quello che era successo, l'antisemitismo come causa dello sterminio pianificato del popolo ebraico, diventava il limite estremo e invalicabile di qualsiasi condotta politica. Il nuovo diritto internazionale fondato sull'idea che esistono crimini contro l'umanità si doveva basare sul "Mai più Auschwitz".
Il trauma della scoperta dei campi ha imposto una rifondazione radicale della civiltà giuridica mondiale. Il nuovo diritto internazionale, culminato nei processi di Norimberga, ha dovuto forgiare categorie inedite, come quella di crimine contro l'umanità. Questo pilastro si basava sul solenne impegno del "Mai più": Auschwitz non doveva essere considerato un evento confinato nella storia tedesca, ma una ferita dell'umanità intera.
Per un lungo periodo, forse coincidente con i decenni della Guerra Fredda, i confini concettuali della questione rimasero saldamente ancorati a questa memoria. In un mondo diviso in blocchi, la condanna dell'antisemitismo era l'unico terreno di consenso etico universale, un tabù che sembrava proteggere la civiltà dal ritorno del demone genocidario. Tuttavia, questa cristallizzazione del trauma ha generato, nel tempo, zone d'ombra interpretative. Poiché l'antisemitismo era stato identificato quasi esclusivamente con la sua manifestazione estrema il nazismo è diventato paradossalmente più difficile riconoscerne le forme nuove.
Questa rigidità ha portato a una tensione crescente nel dibattito pubblico, dove spesso è emerso il rischio di confondere la legittima critica politica alle azioni dello Stato di Israele con l'antisemitismo propriamente detto. In questo orizzonte, la figura dell'ebreo è passata dall'essere la vittima per eccellenza della storia europea a diventare, per alcuni, il simbolo di un nuovo potere statuale contestato.
Questa sovrapposizione ha reso il panorama contemporaneo estremamente scivoloso: senza una distinzione netta tra il piano della politica internazionale e quello dell'odio ancestrale, si rischia di smarrire quella bussola etica che il "Mai più" aveva cercato di consegnare alle generazioni future.