Dopo Eco, il diluvio di romanzi soap opera

L'anno scorso, sulla scia della fiction (non brutta), ho riletto Il nome della rosa.

L'anno scorso, sulla scia della fiction (non brutta), ho riletto Il nome della rosa. Quando il suo autore spirò, era il 2016, Mario Guaraldi, che di Umberto Eco aveva pubblicato un paio di libri, mi disse, con ferrea certezza, «Il nome della rosa vale più di mille libri di storia medioevale, è un romanzo cruciale». Lo crocefissi di improperi. Rileggendolo, mi è parso un divano vintage, puro modernariato: nell'era di Star Wars (1977), che mesce la fantascienza al Tao, e di Dallas (prima puntata: 1978), Eco incorpora il Medioevo nella soap opera. Letto oggi quel romanzo è troppo lungo, macchinoso, didascalico. Per dilettarsi è meglio Il conte di Montecristo, per godere è sufficiente Stendhal, per capire come dare dignità a un'opera «di genere» basta Il Signore degli Anelli, o percorrere gli sconfinamenti di Philip K. Dick in Valis. Eco, d'altronde, uomo d'intelligenza sopraffina, sapeva bene cosa stava facendo. Le sue Postille a Il nome della rosa pubblicate su Alfabeta, nel 1983 sono più brillanti del romanzo a cui si riferiscono. Lì Eco ci spiega che «ho scritto un romanzo perché me ne è venuta voglia», che «volevo che il lettore si divertisse, almeno quanto mi stavo divertendo io», cioè ottenere «il consenso di un pubblico». Con ambigua onestà Eco rivela che «dopo aver letto il manoscritto un'amica... mi disse che era stata colpita dal tono giornalistico del racconto, non da romanzo, ma da articolo di Espresso».

Desiderio estemporaneo ergo: nessun compito etico, nessun imperativo estetico , voglia di divertire e scrittura giornalistica non fanno un capolavoro. Ecco perché ora Il nome della rosa fa meno effetto di allora, è un ingombro tarlato di sbadigli con inquisitore all'orizzonte. Tuttavia, con quel romanzo Eco aprì le dighe del possibile, diventando l'epigono di se stesso (i romanzi seguenti, dall'ombelicale Pendolo di Foucault a Baudolino e La misteriosa fiamma della regina Loana sono uno peggio dell'altro), favorendo la via a un fottio di imitatori. Il romanzo, da spietato microscopio con cui l'uomo spia i propri vizi da Tolstoj a Thomas Hardy, da Flaubert a George Eliot, da Hermann Broch a Thomas Mann e Milan Kundera diventò un fenomeno prossimo allo svacco domenicale, il sortilegio del diletto. Da allora, smerciata da Eco, intellettuale totale (che sibila, «per un certo periodo si è pensato che il consenso fosse una cosa negativa...»), vige l'idea che un romanzo è bello finché vende, finché accumula «consenso», considerando i lettori meri elettori. Si è anteposta, cioè, la necessità di dilettare alla malia di fare letteratura. Così, da Valerio Massimo Manfredi a Carlo Lucarelli, da Q dei Wu Ming a M di Antonio Scurati e N di Ernesto Ferrero, fino alla sdolcinata saga dei Florio pittata da Stefania Auci, è sempre la stessa storia: il romanzo «storico» è una scappatella, un escamotage, un gioco, la profezia di una fiction. Quando, nel 1981, Il nome della rosa ottiene lo Strega cioè, la medaglia dell'autorevolezza narrativa , ultimo tra i cinque (con la miseria di 19 voti) c'è Gesualdo Bufalino, con Diceria dell'untore, romanzo caravaggesco di sfumata bellezza. Si rifarà qualche anno dopo, Bufalino, nel 1988, con Le menzogne della notte; nel 1983 il premio letterario più celebre e sputtanato d'Italia era andato a Il Natale del 1833 di Mario Pomilio. Ecco, Pomilio e Bufalino rappresentano l'altro canone del romanzo storico all'italiana, quello che t'impania nel pensare, che t'intride di linguaggio, e ti perdi fino a svergognare tutte le identità. Con Il nome della rosa termina la letteratura, comincia la psicologia del lettore di massa, la ricerca del consenso elettoral-letterario misurato dalla classifica delle vendite. Tra Adso da Melk e Liala da Carate la differenza si annulla.

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