La bomba inflazione sulle pensioni: cosa sta succedendo

Lo Stato protegge le pensioni dall’inflazione e si assume un costo dai risvolti problematici. La priorità è contrastare l’ascesa dei prezzi al consumo ma emerge la fragilità del sistema pensionistico

La bomba inflazione sulle pensioni: cosa sta succedendo

Il governo vuole proteggere il potere d’acquisto di chi percepisce una pensione e si fa carico di un aggravio da 20 miliardi di euro, 9 dei quali ricadranno sulle spese del 2023. Il sistema di indicizzazione a scaglioni, ritornato in auge quest’anno, vuole permettere l’assorbimento dell’inflazione, calcolata nel documento di Economia e Finanza (Def) al 5,8% mentre le ultime stime Istat si spingono fino al 7,3%.

Questa presa di decisione economica e finanziaria protegge le pensioni, secondo logiche di indicizzazione diverse, permettendo il recupero del caro vita a prescindere dall’entità dell’assegno.

I calcoli dell’Ufficio parlamentare di Bilancio e dell’Inps

L’Ufficio parlamentare di Bilancio (upB) e l’Inps hanno presentato un dossier per cui l’indicizzazione delle pensioni all’inflazione costerebbe allo Stato 9 miliardi in più nel corso del 2023 e, in assenza di una frenata dei prezzi al consumo, potrebbero diventare poco meno di 16 miliardi nel corso del 2024 fino a superare i 20,6 miliardi nel 2025.

Un costo di tutto rilievo e l’Inps, che a fine 2001 aveva un disavanzo patrimoniale di 904 milioni di euro, cerca di formulare ipotesi per l’efficientamento del sistema pensionistico.

Le prime fragilità prese in esame riguardano Quota 100. La via dei 62 anni di età e dei 38 anni di contributi sponsorizzata dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega ha incontrato il favore di 380mila lavoratori contro i 678mila preventivati (il 45%) ha permesso di risparmiare circa 10miliardi di euro (33 i miliardi stanziati, 23 circa i miliardi spesi) i quali, in virtù di un definanziamento già avvenuto, sono nel frattempo diventati poco meno di sei miliardi. Cifra che può essere destinata a una riforma del sistema pensioni di cui il Paese, numeri alla mano, ha bisogno.

Le opzioni secondo l’Inps

Il presidente Inps, Pasquale Tridico, indica tre riforme possibili. La prima è Quota 41, il pensionamento dopo 41 anni di contributi a prescindere dall’età del lavoratore. Una riforma che costerebbe 18 miliardi di euro nei primi tre anni.

La seconda riforma, il cui costo sarebbe di 6 miliardi durante il primo triennio dall’entrata in vigore, vede il pensionamento a 64 anni con 35 anni di contributi. L’assegno pensionistico sarebbe almeno 2,2 quello minimo.

La strada meno esosa per le casse dell’Inps è quella del pensionamento a 63 anni dopo almeno 20 anni di contributi. Un sistema che prevede il pagamento in due fasi distinte: secondo la quota contributiva a 63 anni e con quella retributiva a 67 anni. L’assegno sarebbe 1,2 volte quello minimo e il costo per lo Stato sarebbe di circa 3,5 miliardi.

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