Le banche popolari a Renzi: «A rischio 20mila lavoratori»

La lobby del settore: la riforma cancella 80 miliardi di prestiti e 3 punti di Pil E i sindacati offrono appoggio in cambio di un'asse con le coop sul contratto

Le banche popolari a Renzi: «A rischio 20mila lavoratori»

La trasformazione in spa delle prime dieci banche popolari italiane prevista dal decreto di Matteo Renzi distruggerà altri 20mila posti di lavoro nel settore e 80 miliardi di prestiti a famiglie e imprese. In tutto 3 punti di pil in meno.

A fare i conti è Assopopolari la lobby del settore. Ma i sindacati trasformano la bomba sociale in un'arma di pressione, promettendo alle coop il loro aiuto a cambiare la riforma in cambio di un'alleanza nella più ampia guerra in corso con l'Abi per il rinnovo del contratto dell'intera categoria bancaria.

Un chiaro do ut des politico, di cui ieri si è fatto ambasciatore il leader della Fisac-Cgil, Agostino Megale: le cooperative «devono decidere da che parte stare. Ci attenderemmo che Assopopolari suggerisca all'Abi di rivedere il suo atteggiamento», ha detto il sindacalista in una conferenza congiunta con la Fabi di Lando Maria Sileoni, la Fiba di Giulio Romani, la Uilca di Massimo Masi e le altre sigle del settore.I sindacati del credito hanno anche spedito una lettera unitaria al governo.

In sostanza se i vertici delle mutue, anzichè comportarsi come colombe nei negoziati aziendali, e trasformarsi in falchi nel «nido» dell'Abi, faranno digerire le richieste sindacali alle intransigenti big bank, allora le forze sociali restituiranno il favore: cercheranno appoggi in Parlamento e muoveranno gli iscritti per ammorbire l'esecutivo. Questo pomeriggio intanto Assopopolari si riunisce in conclave a Roma con i suoi tre saggi (Marchetti, Tantazzi e Quadrio Curzio), per tradurre in pratica l'opposizione al decreto sancita unitariamente la scorsa settimana: l'associazione vuole più tempo prima del grande salto verso la spa (da 18 a 24 mesi), progetta di ripiegare su una governance «ibrida» che dia peso ai piccoli soci in Cds, e di porre il 5% come limite ai diritti di voto. Le popolari hanno alcuni pareri legali che considerano anti-costituzionale il decreto perchè non sussiste il carattere di «urgenza».

Lunedì o martedì la riforma dovrebbe iniziare a passare al vaglio della commissione Attività produttive presieduta da una vecchia conoscenza della Cgil, Gugliemo Epifani. Le popolari sperano poi nella commissione Finanza, dove ci sono il forzista Daniele Capezzone, che si è già espresso contro il decreto Renzi, e il veltroniano Marco Causi. Il presidente della commissione Bilancio, Francesco Boccia (Pd) ha intanto ipotizzato di limitare l'ordine di dire addio al voto capitario ai soli sette istituti quotati o di prevedere appunto un tetto del 5% al diritto di voto. Se Renzi porrà la fiducia tutto sarà però più difficile.

Un'ulteriore incognita è poi la reale efficacia di usare la base come ariete contro l'esecutivo. Il Banco Popolare di Carlo Fratta Pasini ha scritto agli addetti che farà di tutto per cambiare la riforma e altrettanto pugnace è apparsa la linea della Popolare di Bari così come quella della Vicenza di Gianni Zonin o della Bper di Ettore Caselli. C'è però chi, come Ubi o Bipemme, ha una posizione più conciliante.

«Se le banche non cambiano atteggiamento» sul contratto, «sarà lotta dura, andremo avanti a oltranza chiedendo l'intervento del governo e del presidente Renzi», ha tuonato Sileoni. Lo sciopero che venerdì dovrebbe portare in piazza 15mila bancari promette quindi di essere solo il primo: i cortei sono a Milano (dove sono attesi il capo della Cgil Susanna Camusso e lo stesso Sileoni), Roma, Palermo e Ravenna (la città del presidente dell'Abi, Antonio Patuelli).

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