Borse a picco, ostaggio del Dragone

La manifattura cinese crolla ai minimi degli ultimi 6 anni e trascina al ribasso anche Wall Street

Il Dax di Francoforte è sprofondato a 10.289 punti (-2,95%), Parigi ha perso il 3,19%, Madrid quasi il 3%, Londra il 2,83% e Milano è andata giù del 2,83% con l'aumento dello spread Btp-Bund a 129 punti che ha zavorrato l'intero comparto bancario.

Le chiusure di ieri delle principali Borse europee sembrano un bollettino di guerra. L'indice Stoxx 600, che contiene i principali titoli quotati sui listini del Vecchio Continente, ha ceduto il 3,3%, parliamo di 260 miliardi di euro di capitalizzazione persi in una sola seduta. Anche a Wall Street si comincia già a parlare di panic selling dopo che l'S&P 500 ha rotto al ribasso la soglia psicologica dei 2.000 punti (alle 20 segnava un -1,5% risalendo a 2003 punti) e che il Russell 2000, ovvero l'indice delle società a piccola capitalizzazione considerato come un indicatore dell'andamento del mercato azionario, è finito ufficialmente in correzione. Non solo. Il Vix, il cosiddetto «indice della paura» che traccia la volatilità dei mercati, è ai massimi dell'anno e nella settimana è balzato di quasi 90 punti percentuali.

Quali eventi hanno scatenato questa «tempesta perfetta» dopo una settimana già preda di forti turbolenze? Le indicazioni sul marcato rallentamento dell'economia cinese continuano a pesare sulle borse mondiali. I problemi non appaiono più circoscritti alla finanza ma anche all'economia reale, come dimostrato ieri dalla performance molto negativa del Pmi manifatturiero cinese sceso in luglio a 47,1 punti, il livello più basso da oltre sei anni. I listini asiatici sono stati nuovamente trascinati al ribasso accusando un -11% in cinque sedute e finendo a ridosso di quota 3500 punti, che secondo gli analisti, rappresenta una sorta di linea Maginot da difendere a ogni costo. Il problema è che l'impressionante arsenale di misure messo in campo dalle autorità cinesi a inizio luglio per contrastare quello che era stato un primo grave crollo dei mercati, non sembra aver dato i frutti di lungo periodo sperati. Gli investitori stranieri stanno facendo rientrare dalla Cina i propri fondi e il trend rischia di peggiorare ulteriormente nei prossimi mesi per la svalutazione dello yuan, che riduce di fatto i profitti realizzati nella valuta locale dagli stranieri, e perché quando la Fed inizierà ad alzare i tassi di interesse, il debito americano, nettamente più sicuro, tornerà ad essere attraente.

Ma oltre alle ombre scure che si addensano su Pechino, dicono i trader, a deprimere gli investitori contribuiscono altri fattori geopolitici: le tensioni fra le due Coree, le elezioni in Grecia con le dimissioni di Tsipras (ieri Atene ha chiuso in calo del 2,5%) e quelle in Turchia. E poi non sono solo i dati macro cinesi a suscitare preoccupazioni: la stima preliminare del pmi manifatturiero degli Stati Uniti è stata di 52,9 punti, sui minimi da ottobre 2013. Infine, per la prima volta dal 2009, il petrolio quotato a New York è scivolato sotto i 40 dollari al barile.

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