La Cina si aggrappa ai suoi fondi pensione

Le casse previdenziali di Pechino comprano azioni. Fed sempre più spaccata sul rialzo dei tassi

La Cina si aggrappa ai suoi fondi pensione

Il top economist di Citigroup, Willem Butler, la vede nera: «Non si può evitare la recessione globale, che significa un tasso di crescita sotto il 2%: le misure prese dalla Cina si riveleranno tardive e inefficaci». Per il momento, però, alla Borsa di Shanghai, in rialzo ieri del 4,82%, sembrano aver messo da parte il pessimismo legato alla frenata dell'economia. Merito anche dell'ormai prossima discesa in campo dei fondi pensione del Dragone, forti di una potenza di fuoco di 2mila miliardi di yuan (313 miliardi di dollari) che potrà essere usata per far shopping di azioni e altre attività finanziarie. La People's Bank of China continua intanto a muoversi, con un'iniezione di liquidità di altri 60 miliardi di yuan (poco meno di 9 miliardi di dollari). Un attivismo che sembra confermare l'ipotesi secondo cui le autorità di Pechino vogliono arrivare con i mercati il più possibile stabilizzati alla parata militare del prossimo 3 settembre che celebra la vittoria sul Giappone nella Seconda Guerra Mondiale.

In Occidente, invece, l'attenzione è calamitata dalle possibili mosse in settembre delle Federal Reserve in materia di tassi. Sull'argomento - delicatissimo - la banca centrale sta alzando una cortina fumogena a colpi di dichiarazioni contrastanti, da cui emergere il quadro di un board sostanzialmente spaccato sul da farsi. Il braccio destro della numero uno Janet Yellen, il vicepresidente Stanley Fischer, ha spiegato che è «ancora troppo presto» per dire cosa farà la Fed e che una decisione «non è ancora stata presa» anche perché si aspettano i dati macroeconomici in arrivo tra ora e il 16 e 17 settembre, quando si riunirà la banca centrale Usa. Gli altri governatori sembrano però aver già deciso: «Non è una buona idea alzare i tassi nel 2015» (Narayana Kocherlakota, Minneapolis; «L'economia è pronta per un modesto rialzo dei tassi» (Loretta Mester, Cleveland). Parole che si aggiungono a quelle pronunciate nei giorni scorsi da Esther George (Kansas City), favorevole alla stretta, e William Dudley (New York), contrario.

I mercati europei e Wall Street faticano a digerire posizioni così diverse, non potendo neppure sperare in una dichiarazione della Yellen, che ha deciso di disertare il simposio dei banchieri centrali di Jackson Hole. Così, dopo il rally di giovedì, le Borse hanno tirato ieri i remi in barca.

Milano ha chiuso in rosso dello 0,93%, ma nelle ultime quattro sedute ha ottenuto un bilancio positivo del 7,5% dopo aver perso fra il 10 e il 24 agosto il 14,6%. Francoforte ha ceduto lo 0,17% mentre Parigi è salita dello 0,36%. Cauta anche Wall Street, che a un'ora dalla chiusura lasciava sul terreno lo 0,23%.

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