Dazi al 50%, poi abbassati al 20%, successivamente azzerati per poi stabilizzarsi al 15 percento. La scure delle tariffe statunitensi ha ufficialmente colpito l'Europa, ma se fino a qualche mese fa si temeva che questi avrebbero fermato l'economia del vecchio Continente e avrebbero distrutto il potere di acquisto dei cittadini, la realtà è stata ben diversa.
Ieri, la Banca centrale europea ha pubblicato uno studio proprio sugli effetti dei dazi sull'economia, un'anticipazione del bollettino economico che verrà rilasciato dopodomani. Lo studio evidenzia come solo il 5% dei costi aggiuntivi generati dai dazi sia sostenuto dagli esportatori, ovvero dagli europei, mentre il restante 95% grava sulla catena di distribuzione e sui consumatori finali statunitensi. E anzi, i prezzi delle merci importate (al netto dei dazi) sono diminuiti.
Che sia chiaro, non tutti i settori sono uguali: il settore automobilistico ha subito il cambiamento maggiore. Gli Stati Uniti si sono progressivamente distaccati da Cina e Unione europea, privilegiando Canada e Messico. Così le importazioni di auto da Ue e Giappone hanno registrato un calo sia nei volumi che nei valori unitari.
Questo è quello che è successo da novembre a oggi, ma, secondo le stime della Bce, se la situazione dovesse rimanere così a lungo termine e anzi i dazi dovessero diventare figure permanenti, il peso sui cittadini statunitensi non farebbe altro che aggravarsi perché le imprese esaurirebbero la capacità di assorbire i costi aggiuntivi.
Come ha raccontato ieri Jerome Powell (in foto) in un incontro nell'università di Harvard, il quadro per l'economia americana è ancora incerto. Oltre all'effetto boomerang dei dazi, la situazione geopolitica attuale ha rialzato i rischi per l'inflazione, mentre il mercato del lavoro continua a rallentare mese dopo mese. Nonostante questo, le aspettative di inflazione restano ben ancorate, ribadendo l'impegno della banca centrale a raggiungere l'obiettivo al 2%. Nel concreto, ha poi osservato che l'impatto dei dazi dovrebbe tradursi probabilmente in un aumento una tantum dei prezzi, con un effetto stimato tra lo 0,5% e l'1%.
C'è anche un altro aspetto che sarà cruciale nel futuro della politica economica americana, la Fed infatti sembra tirata da fronti ben diversi. Far convivere stabilità dei prezzi e piena occupazione, non è facile e anzi, sembra quasi impossibile.
Ma la rottura è ancora più profonda, con il governo di Trump che prova a piegarla ai suoi desiderata, mentre Powell ha rivendicato la necessità che la Banca centrale resti non politica e pienamente indipendente nella conduzione della politica monetaria.E se i dazi ridisegnano i flussi commerciali, è sull'autonomia della banca centrale che si giocherà davvero la credibilità della politica economica americana.