C'è un'eleganza che non riesce a nascondere la fatica, quella di un marchio storico che sta cercando di cambiare pelle mentre il terreno sotto i piedi si fa scivoloso. Il bilancio 2025 di Salvatore Ferragamo, approvato sotto la presidenza di Leonardo Ferragamo (in foto), racconta esattamente questa tensione: un piano di transizione che però, al momento, si scontra con una realtà contabile fatta di segni meno e mercati in ritirata. Se il lusso è l'arte di vendere sogni, i numeri presentati ieri riportano bruscamente alla terra. Il dato che balza all'occhio è il fatturato che scivola sotto la soglia psicologica del miliardo di euro, fermandosi a 977 milioni, con una flessione del 5,7% rispetto all'anno precedente. Non è solo una questione di volumi, ma di una redditività che fatica a trovare un punto di equilibrio. Il 2025 è stato chiuso senza utile, ma anzi segna un rosso di 3 milioni di euro, che diventa una voragine di 49 milioni se si considerano le svalutazioni pesanti subite dagli asset, specialmente in quella Cina che un tempo era il mercato bandiera e oggi appare come un rebus di difficile soluzione. Le ombre si allungano soprattutto sul canale wholesale, crollato del 17,5%: una scelta strategica voluta per ripulire l'immagine del brand dai distributori terzi, ma che ha lasciato un vuoto nei ricavi difficile da colmare nell'immediato. Anche il margine lordo ha sofferto, scendendo dal 71,5% al 68,1%, zavorrato dai tassi di cambio sfavorevoli e dalla necessità di smaltire le vecchie collezioni, un'operazione che sa di svendita dell'eredità per far spazio al nuovo. Eppure, in questo scenario di ritirata strategica, brilla la luce fioca ma costante del canale diretto (negozi Ferragamo), cresciuto del 5,5% nel secondo semestre.
La resilienza è affidata alla cassa, con una posizione finanziaria netta positiva per 144 milioni, un tesoretto che permette alla maison di non affogare nei debiti mentre cura le ferite asiatiche. Ma la sfida per il 2026 resta titanica: trasformare la selettività in profitti e dimostrare che la cura dimagrante non sia solo un modo per gestire il declino, ma il primo passo di una vera rinascita.