Economia

I big dell'auto a caccia di gas. Italia senza carte da giocare

Vw studia il trasloco di alcune produzioni nei Paesi con i rigassificatori. Stellantis e i ritardi della Penisola

I big dell'auto a caccia di gas. Italia senza carte da giocare

Il fatto che il gruppo Volkswagen, allo scopo di contrastare la carenza di gas, stia esplorando varie opzioni, compresa la riorganizzazione della produzione tra i suoi impianti a livello globale, spostandola in aree europee con un migliore accesso ai carichi di gas naturale liquefatto via mare, mette in luce le gravi carenze e sottovalutazioni dell'Italia in questo ambito. Il colosso dell'auto di Wolfsburg annovera, infatti, importanti stabilimenti in Germania, Repubblica Ceca e Slovacchia, tra gli Stati europei maggiormente dipendenti dal gas russo.

Mettiamo ora il caso che, per le stesse ragioni, Stellantis dovesse seguire l'esempio dei tedeschi, l'Italia, tra i Paesi che fanno parte della galassia guidata da Carlos Tavares, vista la situazione in cui si trova, non figurerebbe tra i candidati a ricevere, anche se temporaneamente, eventuali nuove produzioni.

«L'Europa sudoccidentale o le zone costiere del Vecchio continente hanno un migliore accesso al gas naturale liquefatto che arriva via mare e potrebbero essere i beneficiari di eventuali turni di produzione», ha riferito a Bloomberg un portavoce del gruppo Vw, dall'inizio di settembre affidato a Oliver Blume.

Volkswagen, in proposito, gestisce fabbriche in Portogallo, in Spagna e in Belgio, tutti Paesi che ospitano terminali Gnl e che potrebbero essere i beneficiari di qualsiasi spostamento di produzione. Ecco allora la valutazione, da attuare nel medio termine, nel caso in cui la scarsità di gas duri a lungo oltre questo inverno. Di rimbalzo, arriverebbero così opportunità interessanti per i territori europei coinvolti e dotati di accessi ai carichi di gas naturale liquefatto via mare.

L'Italia, come detto, risulterebbe subito esclusa se, rimanendo all'auto, anche la «sua» Stellantis, secondo gruppo in Europa, si trovasse obbligata a fare le scelte dei concorrenti tedeschi. «Nel 2018 - ricorda Flavio Merigo, presidente di Assogasmetano - sulla spinta di una miope e sciagurata scelta energetica, il metano è stato additato come il mostro da abbattere con qualsiasi mezzo e a qualsiasi costo. Lo strumento è stato il Piano anti trivelle che ha di fatto bloccato l'estrazione del gas, come pure la ricerca di altri giacimenti. Ora, in Italia, sono attive solo tre unità (Panigaglia in Liguria, Porto Viro in Veneto, Livorno in Toscana) con una limitata capacità di rigassificazione (15 miliardi di metri cubi), mentre ne avremmo bisogno di molte altre per poter sfruttare gli approvvigionamenti di Lng, cosa che invece è stata fatta da altri Paesi, proprio come la Spagna», guardando al caso del gruppo Volkswagen.

Sul problema interviene anche Roberto Benaglia, segretario generale Fim Cisl. «Oggi - afferma - la competitività passa anche attraverso il fattore energia, più che mai prezioso, e che deve tendere verso la certezza delle forniture per i mezzi sostenibili. L'Italia, a questo punto, deve recuperare terreno e fare quelle scelte che consentano di arrivare a un piano energetico adeguato, soprattutto a favore di un'industria in grave sofferenza e a rischio recessione non per la carenza di domanda, bensì per questi problemi. Bisogna stare attenti, sull'esempio di Volkswagen, a evitare di lasciare andare via imprese e impedire di attirarne di nuove. Paesi come Portogallo e Spagna, che sono stati lungimiranti, ora vedono ripagate le scelte oculate. L'Italia, seconda manifattura europea, necessita di un forte programma di autonomia e sicurezza energetica. E i rigassificatori rappresentano una soluzione».

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