Economia

L'Italia all'ombra di Enrico Cuccia

Nel saggio All'ombra di Enrico Cuccia - Potere e capitalismo nel Novecento italiano Federico Bini tratteggia un affresco della stagione della Ricostruzione italiana e dei decenni successivi partendo dalla figura del dominus storico di Mediobanca

Enrico Cuccia nel 1985 (foto dell'Archivio storico Mediobanca "Vincenzo Maranghi")
Enrico Cuccia nel 1985 (foto dell'Archivio storico Mediobanca "Vincenzo Maranghi")

"Ciò che Cuccia vuole, Dio vuole": la frase passata alla storia di Leopoldo Pirelli ben inquadra la figura complessa e profonda di Enrico Cuccia, dominus di Mediobanca nella storica stagione della ricostruzione, padre del "salotto buono" del capitalismo italiano, tra gli strateghi dello sviluppo nazionale. Correttezza, imparzialità, riservatezza: tre le caratteristiche della Mediobanca targata Cuccia che ne prese le redini dal "patriarca" Raffaele Mattioli, ne fu amministratore delegato e direttore generale dal 1949 al 1982 e presidente onorario dal 1988 alla morte, avvenuta nel 2000. Una stagione intesa che ha attraversato cicli politici e industriali, accompagnando tutti i protagonisti del sistema nazionale. Da Enrico Mattei a Raul Gardini, da Gianni Agnelli a Ugo La Malfa, da Guido Carli a Romano Prodi, molti dei volti più importanti dell'Italia della Ricostruzione e dei decenni successivi hanno avuto a vario titolo relazioni con Cuccia.

La profondità di un sistema di rapporti, interessi economici e visione strategica che si è trasmessa fino alla Mediobanca odierna è indagata da Federico Bini nel saggio "All'ombra di Enrico Cuccia - Potere e capitalismo nel Novecento italiano". Bini, collaboratore de IlGiornale.it e attento osservatore della storia e delle dinamiche di potere del sistema-Italia oltre che di quelle relazioni umane che Antoine de Saint-Exupery definiva "unica speranza di gioia", racconta l'Italia di Cuccia non solo parlando delle dinamiche che si aprivano all'ombra dello studio di Via dei Filodrammatici ma anche ricostruendo Mediobanca come perno di una rete di rapporti e relazioni che andavano oltre l'economia.

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Il frutto di queste dinamiche fu la Milano del "quarto capitalismo", che univa l'industriosità lombarda alla capacità di veicolare capitali per la crescita delle imprese e del Paese grazie anche ai rapporti intessuti per tramite della Mediobanca di Cuccia. Milano, ricorda Bini, divenne "il simbolo dell’evoluzione economica del Paese, sia per quanto riguardava celebri nomi, sia lo sviluppo di una forte ma meno conosciuta borghesia industriale (medio-piccola)". Roma aveva la politica dei partiti, altre città le loro famiglie o gruppi imperanti (come la Fiat a Torino e Ferruzzi a Ravenna), Milano una grande dinamicità. E Cuccia vigilava governando alleanze e flussi di capitali. Sia nella "Milano industriale, delle ciminiere e dei fumi sulla città", quella dei Pirelli e dei Falck, sia su quella delle nuove famiglie emergenti della borghesia modernizzatrice. Una Milano in cui il Corriere della Sera della famiglia Crespi iniziò a dare voce crescente all'intellighenzia laica e progressista, mentre Indro Montanelli, uscendo da Via Solferino e fondando Il Giornale, indirizzò il suo interesse primario verso i liberali e i conservatori.

Cuccia fu il padre delle alleanze incrociate che permettevano equilibri gestionali nei maggiori gruppi industriali italiani. Bastogi, Montecatini, Fondiaria e Generali furono negli Anni Cinquanta i primi terreni di applicazione di un sistema di pesi e contrappesi per mezzo di partecipazioni e acquisizioni che, nota Bini, diedero a Mediobanca il "ruolo di banca d’affari (merchant bank) e di una holding delle partecipazioni azionarie", ma anche di salotto buono milanese, riferimento meneghino dell'assetto romano di potere e del "patto della X" che vedeva assegnati ai cattolici la preminenza politica e le banche di raccolta popolari e ai laici una minore rilevanza nelle istituzioni compensata da un dominio nel mondo finanziario delle banche d'affari. Un sistema, si sottolinea nel libro, di cui Cuccia fu attento guardiano soprattutto ai tempi della strumentalizzazione della finanza cattolica da parte di Roberto Calvi e, soprattutto, Michele Sindona.

Lo standing di Mediobanca, ricorda Bini, fu anche decisivo per la proiezione internazionale del Paese. Memore della lezione politica di Alcide De Gasperi sulla natura decisiva delle battaglie internazionali, Cuccia aprì il capitale a partecipazioni e ingressi esterni da parte di attori come Lazard e Lehmann Brothers, che negli Anni Cinquanta ottennero il 10% del capitale del gruppo, mentre la tedesca Berliner Handels-Gesellschaft divenne partner europeo.

Bini definisce il laico Cuccia, allievo del laico, socialista e visionario Mattioli, custode dell'eredità culturale di Piero Sraffa e Antonio Gramsci, interprete ideale della "proficua e straordinaria stagione del liberalismo degasperiano" che mirava alla crescita del Paese "senza mai dimenticare le battaglie sociali in sostegno degli ultimi e dei più bisognosi", preferendo lo sviluppo graduale, moderato e produttore di lavoro e progressi tangibili alle alchimie finanziarie. Anche dopo la quotazione in Borsa nel 1956 questo fu il mantra di Cuccia, uomo che però non mancò mai di ricevere un rispetto considerevole all'estero. Nel suo viaggio statunitense del 1965 il futuro presidente di Mediobanca Antonio Maccanico ebbe modo di apprezzare la considerazione che si aveva a Wall Street di Enrico Cuccia, che allora si teneva in Italia debitamente lontano dai grandi palcoscenici.

L'espansione economia internazionale del Paese fu, in questo contesto, a sua volta promossa dalla stessa Mediobanca, come Bini non manca di ricordare. Eni, Fiat, Olivetti Finmeccanica, Montecatini, Necchi, Pirelli furono solo alcuni dei più noti tra i partner in campo internazionale di Mediobanca che in particolare contribuì, a partire dagli Anni Cinquanta e Sessanta, a promuovere la conquista italiana dei nuovi mercati del continente africano. Come ha scritto il professor Giovanni Farese nel saggio Mediobanca e le relazioni economiche internazionali dell’Italia. Atlantismo, integrazione europea e sviluppo dell’Africa. 1944/1971 e come Bini puntualmente sottolinea, si indicava in questo caso una rotta di sviluppo dell'immagine (oggi diremmo "brand") del Paese al di là delle vicende tecniche di finanza, mercati, imprese e commercio. Tutto questo con una finanza capace di valorizzare il fattore decisivo dell'economia: l'uomo e le sue relazioni. Coltivate con attenzione nell'Italia della Ricostruzione e dello sviluppo guidato da una Milano sempre più rampante. All'ombra, ovviamente, di Enrico Cuccia.

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