L'uguaglianza non è una virtù

Torno di nuovo a occuparmi di liberalismo dopo le parole del presidente Putin che ne ha decretato il de profundis. Su Repubblica del 12 luglio scorso è intervenuto il professore Jan Zielonka, polacco, liberale. Alla domanda che cosa dovrebbero fare i liberali per invertire il pendolo della storia, l'intellettuale risponde «intanto recuperare democrazia ed uguaglianza (). Negli ultimi trent'anni quelli che si chiamavano liberali hanno dato priorità alla libertà sull'uguaglianza (). E i valori privati sono stati accarezzati più dei valori pubblici». Da qui Repubblica ne ha ricavato il titolo: «È l'uguaglianza l'unica chance del liberalismo».

La soluzione proposta dall'accademico mi pare un mix di marxismo e statalismo populista. La libertà individuale deve essere sempre collocata al primo posto, affinché si costruisca una società propositiva, generatrice di bene comune.

I valori pubblici si affermano solo in quanto esito di una convivenza civile fondata sulla libertà dei singoli. Meno libertà personale porta dritto al depauperamento, umano ed economico al tempo stesso.

È lo statalismo che subiamo tutti i giorni. Uno Stato incapace di esercitare la funzione di controllo, che non ripartisce con giudizio quel che raccoglie attraverso il fisco, dedito allo sperpero.

Nicola Porro, brillante vicedirettore de Il Giornale, nel 2016 ha scritto un libro ancora di grande interesse: La disuguaglianza fa bene. Manuale di sopravvivenza per un liberista. Ecco una frase che condivido: «Lo Stato ha questo compito fondamentale: mettere tutti nelle condizioni migliori per produrre la ricchezza, senza la quale la povertà non si potrà mai battere».

Una chance per ciascun individuo, poi libertà di costruire, senza la fallace presunzione di tarpare le ali a chi cammina più speditamente per livellare verso il basso. L'uguaglianza non potrà mai essere una virtù. Viva la libertà individuale!

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