150 euro in meno: chi rischia il "taglio" della pensione

Con la fine di Quota 100 a inizio 2022 molti lavoratori stanno rischiando di andare in pensione molto più tardi. Come cambiano gli assegni

150 euro in meno: chi rischia il "taglio" della pensione

Con l'inizio del 2022 finisce Quota 100, ossia la misura che permette di andare in pensione a 62 anni se si hanno 38 anni di contributi. Molti lavoratori in questo modo rischiano di avere diritto alla pensione 5 anni più tardi rispetto a chi ha solo qualche mese in più di contribuzione o di età.

Proprio per questo motivo sul tavolo delle riforme c'è l'idea di estendere il meccanismo del contratto di espansione alle aziende più piccole per 50 o 100 dipendenti. Attenzione però, con quota 100 ha in comune solo il limite d'età, 62 anni, perché per il resto si tratta di un meccanismo differente. Il contratto di espansione, infatti, mette in guardia e fa riflettere sia il lavoratore prossimo alla pensione che l'azienda. Se si decidesse di smettere di lavorare a 62 anni, usufruendo della misura, è previsto un taglio della pensione di almeno 150 euro, andando così a prendere mensilmente 1.149 euro. Qualora invece si decidesse di lavorare 5 anni in più però la cifra di aggirerebbe sui 1.308 euro.

Per quanto riguarda le aziende, queste devono rispettare una serie di regole e requisiti: per prima cosa è necessario che sottoscrivano un accordo con Ministero del Lavoro e parti sociali con l'obiettivo ultimo di agevolare l'uscita dei lavoratori e soprattutto programmare nuove assunzioni. Per quanto nella teoria possa apparire semplice un concetto molto semplice, nella pratica la situazione è un po' diversa.

Come spiega Andrea Carbone, economista, su il Corriere.it, qualora un lavoratore di un'azienda decidesse di usufruire del contratto di espansione, su base volontaria, anticiperebbe il momento della pensione fino a 5 anni prima rispetto al requisito. La conseguenza è quella di rinunciare ad un pezzo della propria pensione perché lavorando meno si versano meno contributi. Un lavoratore con un reddito di 1.600 euro, nato nel 1960, può anticipare la pensione al 2022, anziché nel 2027. Questa però subirebbe una riduzione del 12% che in numeri vorrebbe dire passare da 1.308 euro a 1.149 euro netti. Nei cinque anni tra anticipo e maturazione del requisito pensionistico percepirebbe un'indennità di 911 euro.

Cosa è meglio fare

Ogni situazione varia da individuo a individuo. I criteri utili per scegliere sono due: quelli soggettivi e quelli economici. Mentre sui primi non si può consigliare nulla, sui secondi, per un lavoratore sarebbe cosa buona e giusta non anticipare. Questo perché il lavoratore che decide di andare in pensione 5 anni prima perde 78mila euro, facendo riferimento all'esempio precedente, rispetto a chi lavora fino ai 67 anni. Bisogna sottolineare comunque che la misura prevista non obbliga a lasciare il lavoro per forza 5 anni prima. Si possono prendere in considerazione delle possibilità intermedie: se invece di 5, gli anni di anticipo diventassero 3, ossia nel 2024, il calo dell'assegno pensionistico sarebbe di 100 euro e la prestazione temporanea di 1.043 euro. La perdita di ricchezza complessiva verrebbe dimezzata: da 78mila a 44mila euro.

Quel che è certo è che si tratta di un procedimento che obbliga le aziende a sottoscrivere l'accordo del contratto di espansione e i lavoratori a pensare seriamente sulla propria vita e stabilità economica.