Le pmi e la sfida della crescita

In assenza di piani industriali sorprende come aziende italiane siano riuscite a chiudere 112 acquisizioni all'estero (Fonte: Kpmg e Sda Bocconi). In un anno. Con un investimento di 11 miliardi. Parallelamente vi è stato lo shopping di eccellenze del made in Italy da parte di gruppi internazionali. Si acquista e si vende: giusto così. È il mercato, bellezza! Lo sviluppo di un'azienda passa anche da una saggia politica di acquisizioni. Non per mostrare i muscoli, ma per dare un segno che crescere si può nonostante i venti contrari della politica.

Processi inevitabili per reggere l'urto di una concorrenza globale sempre più agguerrita? Certo, si affermano spazi di sviluppo, si genera valore, si crea occupazione. Con annesso Pil. Il punto è però anche un altro; che questa marcia spedita fuori dai nostri confini non abbia a snaturare la caratteristica storica del nostro tessuto imprenditoriale. Il rischio è di abbandonare al proprio destino il mondo delle piccole imprese che sono il cuore dei distretti italiani. Siccome non dimostrano di saper crescere - perché ancora non sono riuscite a liberarsi dagli effetti della crisi del 2008 la loro funzione è messa in discussione. Non c'è ripresa economica del Paese voltando le spalle alle piccole realtà imprenditoriali. Ragionare e lavorare per dar vita a un piano industriale che si rispetti dovrebbe prevedere un'attenzione massima ai soggetti tradizionali tramite misure efficaci di lunga durata.

Ciò consentirebbe alle pmi di agganciarsi al carro delle imprese italiane che corrono e acquistano. Senza snaturare il proprio dna. I benefici per i distretti sarebbero notevoli. Nella logica del «glocalismo», efficace neologismo di Piero Bassetti, illuminato imprenditore e primo presidente della Regione Lombardia. Di cui mi è caro il termine «Brambilla» speso con simpatia per i piccoli imprenditori.

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