Sondrio e Cattolica in trincea ultima difesa del modello coop

Veto valtellinese all'ingresso nel libro soci di Amber In Veneto un'assemblea cruciale per l'«establishment»

Scoppia la guerra tra la Popolare di Sondrio che finora si è finora opposta alla trasformazione in società per azioni e il fondo attivista Amber, primo azionista con il 6%, che la tallona da anni sperando prima o poi nella svolta per valorizzare il suo investimento. La Sondrio non è però l'unica coop finanziaria quotata in Borsa rimasta con il voto capitario (tradotto: i soci in assemblea contano uno a prescindere da quante azioni posseggano). In Piazza Affari c'è, infatti, anche Cattolica, la compagnia assicurativa protagonista di un'altra battaglia sulla governance cominciata con il siluramento dell'ex ad Alberto Minali. Dalla Valtellina a Verona, dallo sportello alle polizze, ecco due storie di «resistenza» alla trasformazione in spa destinate a tenere banco anche nei prossimi mesi. Difficile, infatti, prevedere il vincitore. Partiamo dal profondo nord. Ovvero da Sondrio dove ieri è deflagrato lo scontro con il fondo Amber. Il cda ha rigettato la richiesta del primo azionista, Amber Capital, di essere iscritto a libro soci e gli ha intimato di vendere le quote superiori all'1%. Provocando le ire del fondo attivista, che nella popolare valtellinese ha investito un'ottantina di milioni per mettere insieme il 6% del capitale. «L'istituto attacca Amber - non intende consentire ad azionisti, che pure hanno investito ingenti capitali nella società, di poter partecipare alla vita sociale ed esercitare i diritti previsti dall'ordinamento». Ovvero di intervenire «alla prossima assemblea nonostante Amber abbia avviato per tempo le attività volte a diventare socio» con l'obiettivo di presentare una lista di minoranza per il cda (in aprile scadono cinque consiglieri). Cosa succederà adesso? Il fondo potrebbe ricorrere al collegio dei probiviri, alla giustizia civile come pure appellarsi alla Bce e a Bankitalia. Non sembra invece intenzionato a vendere il suo 6% anche se, tra un anno, potrebbe perdere, come previsto dal Tub, i diritti patrimoniali sulle azioni. In primavera, infatti, la Corte di Giustizia della Ue dovrebbe pronunciarsi sulla legittimità della riforma Renzi (l'11 febbraio è atteso il parere dell'avvocato generale). Se il giudizio sarà positivo anche la Sondrio dovrà trasformarsi in spa e a quel punto conteranno le azioni e non le teste.

L'altro «panda» del voto capitario parla veronese. E da mesi è al centro di una querelle sulla governance che scalderà il confronto tra soci il prossimo 7 marzo. In quella data si riunirà, infatti, l'assemblea straordinaria che dovrà esprimersi sulle nuove regole del governo societario (tra cui limiti di mandati e di età per i consiglieri), chieste da alcuni azionisti che puntano a disarcionare il presidente Paolo Bedoni a cui imputano, tra le altre cose, la responsabilità ultima di aver sfiduciato l'ex ad Minali, motivata dal consiglio con il venir meno del rapporto fiduciario. La convocazione è stata decisa una settimana fa all'unanimità dal cda, riunitosi per esaminare la richiesta sostenuta dal 2,5% del capitale. Una decisione presa al di là dei dubbi espressi da quattro pareri legali raccolti dal consiglio circa la legittimità di alcune clausole proposte dai soci «ribelli». Questi ultimi hanno escluso che dall'eventuale approvazione della proposta in assemblea possano scaturire effetti sul board in carica.

Non sarebbe stato il tema della trasformazione in spa a innescare il ritiro delle deleghe a Minali. Tanto che lo stesso ex ad in un'intervista dell'8 novembre al Sole 24 Ore aveva negato di aver tramato per l'addio al modello «una testa un voto». Ma, di certo, l'ingresso nell'azionariato di Cattolica di Warren Buffett con il 9% nell'autunno del 2017 era stato visto come una scommessa su una futura apertura di Cattolica al mercato.