Emancipazione femminile? Cominciò con le suore...

Dopo l'Unità d'Italia furono costrette a intestarsi proprietà: e impararono a gestirle. Furono le suore i battistrada dell’emancipazione femminile. In Italia,
nell’Ottocento. Paradossalmente, proprio a causa della politica laicista
risorgimentale

Furono le suore i battistrada dell’emancipazione femminile. In Italia, nell’Ottocento. Paradossalmente, proprio a causa della politica laicista risorgimentale. L’abolizione degli ordini religiosi contemplativi e la privazione della personalità giuridica per quelli «socialmente utili» cagionò - altro paradosso - l’aumento esponenziale delle vocazioni femminili: ben 185 nuove famiglie religiose. Le nuove superiore generali erano costrette a intestarsi e gestire un patrimonio (cosa che alle donne laiche italiane fu concessa solo nel 1919) e a viaggiare continuamente per dirigere le varie case.

A quest’ultimo punto ostavano le disposizioni ecclesiastiche, ferme al Concilio di Trento (che per le comunità femminili prescriveva la clausura). Ma la brutale separazione tra Chiesa e Stato aveva praticamente distrutto il vecchio modello, che prevedeva un patrimonio di fondazione e la dote per le aspiranti suore. Adesso le suore dovevano mantenersi col loro lavoro. Da qui la necessità di farle studiare. Da infermiere, da maestre. Addirittura laurearle mandandole a Genova, l’unica università che accettasse donne. A Genova infatti andavano a studiare le milanesi «marcelline», e in abito civile: le marcelline furono le prime a creare scuole superiori per donne, licei femminili.

L’apripista fu la nobile bergamasca Teresa Eustochio Verzeri (1801-1852), che fu poi beatificata. Nel 1830 fondò le Figlie del Sacro Cuore di Gesù e nel 1847 andò a chiedere al papa, il b. Pio IX, l’inaudito permesso di amministrare personalmente e direttamente, quale superiora generale, i beni della sua opera. «Le suore furono fra le prime donne a prepararsi con studi professionali», scrive Lucetta Scaraffia nel saggio Il contributo dei cattolici all’unificazione (in I cattolici che hanno fatto l’Italia, a cura di Lucetta Scaraffia, Lindau). «Anche le prime scuole per infermiere sono state istituite da suore per altre suore». Le suore «si trovavano a dirigere orfanotrofi, scuole, ospedali, e quindi a viaggiare spesso, conducendo una vita molto più emancipata e impegnativa di quella offerta alle donne laiche loro contemporanee». Per tutto il XIX secolo «le fondatrici delle congregazioni religiose hanno amministrato patrimoni ingenti, in forte anticipo sul mondo laico». Questa emancipazione femminile «si è imposta a causa dell’espropriazione dei beni ecclesiastici, un provvedimento che, secondo molti, avrebbe distrutto la Chiesa, ma che in realtà ha aperto alle donne nuove possibilità di realizzazione».

Di più: «Per una donna di bassa condizione entrare in una congregazione significava un vero e proprio investimento culturale e sociale», cosa negata nel mondo laico. Si pensi, per esempio, a Maria Domenica Mazzarello, un’analfabeta che parlava solo il dialetto. «Scoperta» da don Bosco, divenne la fondatrice delle Figlie di Maria Ausiliatrice, ramo femminile dei salesiani. O alla patrona degli emigranti, Francesca Cabrini, che prese il diploma di maestra proprio in una delle scuole della Verzeri.

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