Fermi tutti! In senso metaforico, muovetevi come volete, digitalmente sui social però sta accadendo qualcosa, forse. Nel senso che a qualcuno sta cadendo la maschera (e no, non parlo degli Epstein Files, sui quali i social, tra complottisti che incolpano Bill Gates della pandemia e immagini generate da AI, stanno facendo un gran casino).
Riassumo il fatto: pochi giorni fa, il 18 febbraio, in aula a Los Angeles, Zuckerberg ha testimoniato nel processo che prova a spostare la discussione dai “contenuti” al design, rispondendo a un’accusa precisa: avete progettato Instagram e Facebook per massimizzare permanenza e dipendenza. Io direi che è una situazione che è sotto gli occhi (e gli schermi) di tutti da anni, ci troviamo a scrollare stupidaggini senza accorgercene e ci accorgiamo che è passata un’ora (quando va bene).
Zuck, va da sé, nega l’intenzione e dice che non sono piattaforme progettate per creare dipendenza (forse all’inizio no, che belli i primi tempi della Silicon Valley!), e resta nella formula della responsabilità individuale e, per carità, io sottoscrivo ogni forma di responsabilità individuale e anche di libertà, ognuno faccia quello che crede (purché non rechi danno a altri). Tuttavia andandosi a leggere tutto nello stesso passaggio ammette la crepa vera di tutto il sistema, e sono i minori e la tutela dei minori (perché lo scrolling continuo rimbecillisce già gli adulti, figuriamoci i ragazzini).
Zuck cosa risponde? Che far rispettare davvero l’età minima è difficilissimo, che intercettare gli under-13 non ha funzionato come previsto, e che internamente Meta sapeva che milioni di minori erano comunque presenti nonostante il divieto formale, come mostrano anche documenti interni citati nel processo (già anni fa stimavano milioni di under-13 su Instagram). Un’ammissione indiretta, non tanto sulla dipendenza quanto sulla permeabilità della porta d’ingresso, sul controllo, e dici niente.
Di certo nessuno si aspettava che avrebbe detto “rendiamoli dipendenti”, Zuck tatticamente sciorina paroline come engagement, retention, session time e via dicendo, e poi si finge sorpreso quando un tribunale traduce quel lessico in effetti comportamentali non proprio benefici, studiati a tavolino. Fate attenzione: non è come studiare a tavolino una trasmissione per avere più audience, si tratta di una questione delicata. L’ammissione che i filtri di età non reggono è la versione piattaforma e paraculissima del “non sapevamo” (sul serio?), solo che qui si sta ammettendo che se la soglia anagrafica non tiene e milioni di minori entrano lo stesso il sistema continua a macinare tempo e dati e pubblicità e guarda caso: ops, non ce ne siamo mica accorti.
Tra l’altro la stessa logica si vede dall’altra parte dello spettro demografico, su Facebook, ormai abitato soprattutto da utenti più anziani, l’ospizio dei social (io non so neppure quanti “amici” su Facebook siano addirittura morti, di fatto ogni volta che lo apro mi sembra o un cimitero o una riunione di zombi che parlano da soli, una tristezza…). Il bello è che a uccidere la socialità di Facebook è stato lo stesso Zuck. Nessuno scrive più post, il reach (la percentuale di persone, “amici”, che leggono un tuo status) volutamente abbassato alla soglia minima (esempio personale: su diecimila che mi seguono, a meno dello zero per cento viene mostrato cosa pubblico, tant’è che lì non ci pubblico più niente, al massimo quando sarà il momento scriverò il testo della mia lapide, e questo vale per chiunque, a meno che… non paghi).
A parte questo, cosa più grave: da anni nei feed di Meta proliferano inserzioni truffaldine, finti investimenti, cure miracolose, testimonial falsi, schemi di phishing che riappaiono appena rimossi. Meta, anche qui, sostiene di controllare e rimuovere, e in effetti rimuove in quantità industriale e in quantità industriale ritornano tutti, e c’è qualcosa che non torna in questa dicotomia dell’industrialità, o forse torna tutto, il rasoio di Occam, il rasoio di Ohcomemai di chi finge di cascare dal pero, siccome la priorità reale e palese del sistema non è l’affidabilità dell’ambiente, piuttosto la continuità dell’interazione. Tenerci lì, ipnotizzati (mi ricorda la cartuccia di Infinite Jest dell’immenso David Foster Wallace, “the Entertainment” che teneva tutti incollati a uno schermo senza più volontà), e perfino documenti interni emersi da inchieste giornalistiche parlano di volumi enormi e quotidiani di annunci fraudolenti e di quote rilevanti di ricavi pubblicitari legati a traffico truffaldino.
Non solo minori quindi, ci sono anche gli anziani che, faccio per dire, comprano un paio di Nike scontatissime avendole viste in un annuncio su Facebook, pagano, e non gli arriva niente. L’altro giorno ci stava cascando anche mia mamma, le Nike gliele ho prese io sul sito della Nike. Comunque, Zuckerberg può negare la dipendenza, può ammettere che i filtri anagrafici non funzionano perfettamente, può assicurare che le truffe vengono tolte, di fatto l’evidenza empirica resta sempre la stessa: Meta ottimizza la permanenza, e tutto ciò che aumenta la permanenza, anche quando è tossico o fraudolento, tende a sopravvivere dentro la piattaforma più a lungo di quanto dovrebbe. Non parliamo di Tik Tok, lì è pure peggio, però non è di Zuck, altra questione, preoccupazioni simili, regolamentazioni che vanno e vengono e funzionano e non funzionano, e in alcuni casi anche processi.
Chi vivrà vedrà, a meno che non si illuda di essere ancora vivo su Facebook e si metta lì a scrivere un pensiero che non leggerà neppure sua madre (anche perché, come la mia, starà valutando se comprare delle Nike scontatissime).