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In Egitto sono pronti  a riaffidarsi ai soliti noti

Il paradosso della rivoluzione: gli islamisti fanno paura e gli ex uomini di Mubarak sembrano il male minore

In Egitto sono pronti  a riaffidarsi ai soliti noti

Il Cairo - L’Egitto vota oggi e domani il suo nuovo presidente, in una inedita elezione figlia della rivoluzione del gennaio 2011 che potrebbe cambiare il volto del Paese e della regione. Eppure, a soli 15 mesi dalla rivolta che ha portato alla caduta di Hosni Mubarak, i candidati con maggiori possibilità di successo sono lontani dai giovani che hanno organizzato il dissenso.

I movimenti rivoluzionari, laici e liberali, che dal 25 gennaio all’11 febbraio 2011 hanno fatto di piazza Tahrir il luogo della loro protesta, oggi non hanno un candidato forte che li rappresenti e traduca i loro sforzi in risultati politici. Il voto della rivoluzione dunque si frammenta e, in mancanza di meglio, fa concessioni al passato.

Ahmed Obadi, 18 anni, è un sostenitore del Premio Nobel Mohammed ElBaradei, il mancato leader della rivoluzione che non si è candidato alla presidenza ma lavora alla costruzione del nuovo partito Al Dustour - la Costituzione. Dopo l'esperienza di piazza Tahrir, Ahmed si è impegnato nella campagna di Abul Futouh, aspirante presidente islamista che raccoglie attorno a sé sia gli ultra-conservatori salafiti sia la sinistra laica: «La mia prima scelta era ElBaradei. Abul Futouh è il minore dei mali. La sua mentalità resta quella dei Fratelli musulmani, ma ha più esperienza di qualsiasi altro candidato rivoluzionario», dice.

Il 28 gennaio 2011, Salma Akl, 24 anni, e Bassem Kamel, 42, si preparavano in un appartamento a pochi passi dal Nilo, assieme a un gruppo di amici, a partecipare alla manifestazione che poche ore dopo avrebbe conquistato piazza Tahrir. Salma, rampollo di una delle più note famiglie politiche egiziane, i Ghazali-Harb, oggi avrebbe preferito non votare: «Non si fanno elezioni sotto un regime militare», spiega. Ha finito però per scegliere Hamdeen Sabahi, candidato nasserista e populista, storica figura dell'opposizione laica a Mubarak, in crescita negli ultimi sondaggi. «Lo voto perché non è un uomo dell’ex regime e non è un islamista». Bassem Kamel, deputato in Parlamento per il nuovo partito socialdemocratico, fa la stessa scelta e lo stesso ragionamento: non vuole un islamista, come Mohammed Morsi, dei Fratelli musulmani, o Abul Futouh, ex membro della Fratellanza, e teme i passi indietro. Per lui, sia l’ex ministro degli Esteri ed ex capo della Lega araba Amr Moussa sia l’ex premier di Mubarak, Ahmed Shafik, sono simboli del regime che fu.

Sono proprio questi due volti del passato a essere in testa agli ultimi sondaggi, condotti dal Centro di studi politici del quotidiano Ahram e dal giornale Al Masri Al Youm. In Egitto è troppo rischioso fare previsioni sui sondaggi, poco attendibili e fuorvianti, ed entrare nel dettaglio dei posizionamenti. Si può però notare come nella lista dei probabili finalisti compaiano nomi legati al passato politico del Paese, come Shafik, Moussa, Morsi e Abul Futouh. A differenza dell’ex premier, considerato un falul, in egiziano un «resto» del regime, l’ex capo della Lega araba raccoglie consensi anche tra i rivoluzionari per le sue forti credenziali diplomatiche. Benché abbia lavorato a Palazzo è percepito da molti come una figura che ha saputo confrontarsi col raìs. Anche i due candidati islamisti, sebbene membri della storica opposizione religiosa che non ha mai avuto accesso al potere prima della rivolta, fanno parte di quella dicotomia regime-islamisti che ha caratterizzato decenni dell’antico ordine politico del Paese. E che la rivoluzione sognava di cambiare.

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