Là dove c’era il Muro adesso c’è la casbah

Un anno dopo migliaia di stranieri poveri e malvisti continuano ad arrivare in cerca di affari tra le macerie del comunismo

Un giovane tedesco in cima al Muro / 12 novembre 1989

Per decenni a Berlino Ovest hanno aspettato gli attacchi dei carri armati dell’est e a Berlino Est la calata dei predatori dell’ovest. Non sono arrivati. È arrivato invece un esercito sporco e povero, che non ha fatto distinzioni: ha invaso Alexander Platz come Kantstrasse, rincorrendo un radioregistratore a buon mercato.

Le schiere che hanno trasformato le due Berlino in un’unica grande casbah vengono da molti Paesi: polacchi, soprattutto, ma anche russi senza visto e romeni senza speranza; bulgari, venuti con i treni della notte; vietnamiti e turchi; qualche ungherese e qualche ceko, a caccia di affari tra le macerie del comunismo. Un milione di persone al mese attirate dal miraggio del Deutsche Mark, moneta unica nelle due germanie a partire da domani. Gente povera e malvista: ad est cominciano a dire che il socialismo non avrebbe mai permesso questo sconcio; ad ovest circola una maglietta con la scritta: «Bitte, ridateci il Muro».

Non c’è dubbio: quest’universo di trafficanti, borsari neri, cambiavalute, zingari, poveri in treno e nomadi con l’utilitaria disturba il senso germanico dell’ordine. Quest’Europa magmatica del Novanta, uscita dalle rivoluzioni dell’Ottantanove, non piace ai tedeschi. Eppure la storia ha voluto che toccasse proprio a loro: oggi Berlino è l’ombelico d’Europa, sebbene i berlinesi sperassero di farne il cuore e la testa. Ci riusciranno, ma ci vorrà tempo. Per ora devono assistere allo spettacolo di Kantastrasse, a Berlino Ovest, trasformata in «viale Varsavia». I polacchi arrivano con le loro piccole auto e le loro enormi borse e comprano letteralmente di tutto: succhi di frutta, cioccolato, biascotti, carne in scatola, registratori, televisori e pianole elettroniche. I negozianti della via - che se condividono lo sdegno collettivo non lo danno a vedere - hanno assunto nuovo personale: una guardia per tenere i clienti in coda, e un ragazzo robusto per sfasciare gli scatoloni che i polacchi abbandonano sui marciapiedi prima di caricare gli acquisti sulle Polski Fiat. I clienti hanno occhi chiari e pazienza.

Se ad ovest c’è confusione, ad est, oltre il muro divorato dai cacciatori di souvenir, è il caos. Nella città dalla quale fino a novembre ognuno voleva scappare, adesso tutti sognano di entrare. Sono gli immigrati della speranza, convinti di trovar lavoro oggi nella Germania Orientale, e domani nella Germania Unita. Vengono da molti Paesi. Ci sono quarantamila vietnamiti, che i comunisti chiamarono per fare i lavori che i tedeschi rifiutavano. Sanno che con la riunificazione non ci sarà più bisogno di loro e si organizzano: o chiedono asilo politico, o si dedicano al cambio nero; spesso fanno una cosa e l’altra. Ci sono i Siebenburgsdeutschen, i tedeschi di Romania. Ci sono i romeni e i bulgari che i treni del sud (Pannonia Express, Meridian, Vitosba, Balt-Orient Express) vomitano sui marciapiedi della stazione di Lichtenberg, ne abbiamo visti a centinaia, addormentati per terra, tra valigie e bambini. Le autorità della Repubblica Democratica Tedesca, prese alla sprovvista, hanno messo in piedi campi di raccolta, utilizzando anche le caserme dell’ex polizia segreta. Non basteranno: a Berlino Est nelle ultime settimane sono già arrivati in quarantamila, e ogni treno porta facce nuove.

Alenxanderplatz, centro del vecchio impero, è diventata una sorta di suk. I reduci del socialismo reale sono tutti rappresentati, e ognuno si è scelto la parte: i tedeschi dell’est sono i produttori di molte delle merci in vendita, i polacchi fanno i cambiavalute; ceki e ungheresi comprano, serbi e romeni rubano. Le costruzioni moderne che costituivano l’orgoglio del socialismo - la torre della televisione, l’hotel «Stadt Berlin», i magazzini Centrum - assistono a uno spettacolo mai visto: migliaia di persone che gridano, litigano, contrattano, vendono, comprano. Intorno alla fontana si offre di tutto: dalle videocassette pornografiche ai soliti radioregistratori di marca misteriosa (Tokiu, Kamosonic, Mekosonic), che sembrano essere per buona parte dell’umanità il primo lusso, la prima prova che il benessere è a portata di mano. I berlinesi dell’est passano in fretta e guardano allibiti. Non immaginavano morisse tra tanto chiasso, il silenzioso socialismo prussiano.

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Commenti
Ritratto di alasnairgi

alasnairgi

Gio, 03/07/2014 - 18:14

Severgnini profetico! Temo sia la fine che farà l'Italia invasa invece dai nord africani.