Muore l'eroe di Fukushima Fermò il reattore da solo

Ciascuno ha i capitani che si merita. C'è chi si ritrova, «suo malgrado», su una scialuppa di salvataggio quando ancora il grosso dei passeggeri è in fila sul ponte, e chi sul ponte ci resta davvero, anche se sa di giocarsi la vita a dadi, perché il ruolo di capitano è quello che si è scelto, che gli hanno dato, che si è meritato, che insomma incarna. Così, tra la vita e la morte, si gioca spesso l'onore di un uomo. La differenza è questa: che i primi si portano appresso per tutta la vita il marchio della viltà e della codardia; mentre gli altri, quelli che accettano di correre il rischio, finiscono, magari anche per caso, nel grande libro degli eroi.
Da ieri, tra coloro che hanno scelto di affrontare fino in fondo i rischi connessi al lavoro che si è scelto di fare - e dunque, ad essere sofistici, non avrebbero neppure diritto al titolo di eroe - c'è anche l'ex direttore della centrale di Fukushima, Masao Yoshida. Yoshida è stato ucciso a 58 anni da un cancro all'esofago che lo stava tarlando dalla fine del 2011. E cioè da quando si vide costretto ad abbandonare la direzione dell'azienda a causa della malattia, come aveva scritto a tutti i dipendenti come se sentisse il dovere di giustificarsi per l'abbandono del timone. Sono state le radiazioni alle quali aveva scelto liberamente di esporsi ad ammazzarlo, anche se la Tepco, la compagnia proprietaria dell'impianto scassato dallo tsunami di due anni fa, ora nega.
Ognuno, dicevamo, ha i capitani che si merita. C'è chi se la fila all'inglese, macchiandosi per sempre di ignominia, solo perché l'acqua gli sta sciupando la piega dei pantaloni, nonostante la nave non sia in alto mare e anzi uno scoglio da raggiungere anche a nuoto sia lì, a portata da mano; e chi, come Masao Yoshida, accetta di affrontare un mostro a tre teste sapendo che non c'è partita; ma sa che quello è ciò che ci si aspetta da lui. Sa che quello, semplicemente, è il suo dovere. Una faccenda banale, se vogliamo. Come un inviato di guerra o una operatrice dell'Onu che muoiono mentre fanno il mestiere che hanno scelto di fare, consapevoli che non è come alzare la saracinesca di una farmacia: operazione nella quale, se la serranda non è elettrificata, si rischia al massimo uno strappo alla regione lombare. Eroi? Ma no.
Masao Yoshida, diventato simbolo della forza di una nazione, non si sentiva un kamikaze. Era semplicemente un giapponese, una persona seria, con un concetto dell'onore, della decenza, della prevedibilità dei propri comportamenti, ai propri occhi e a quelli altrui, che a certe latitudini si acquisisce semplicemente vivendo; respirando il clima di una società dove concetti come disciplina, onorabilità, impegno non inducono il riso, il dileggio, lo scherno, e non necessariamente evocano caserma, reggimento, signorsì.
La morte invisibile di cui fino ad allora aveva letto sui testi, quel mondo spettrale che circondò la centrale di Fukushima all'indomani dello tsunami, l'incontenibile innalzamento della temperatura di quei reattori: il dramma che fino ad allora era stato un evento meramente ipotetico, un caso di scuola, sconvolse in una manciata di secondi la vita di Masao Yoshida. Ma ci sono momenti, nella vita, in cui non si scappa. Si sta.


Yoshida rimase per 11 mesi, ostinandosi a raffreddare con acqua di mare i reattori danneggiati dal sisma anche quando i dirigenti della Tepco gli dissero di lasciar perdere, di mettersi in salvo. Sicché si potrà forse dire questo, in conclusione, del molto onorevole Masao Yoshida: forse non è stato un eroe. Ma che sia stato un uomo, questo è sicuro.

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