Kiev ferma l'esercito a un passo dal disastro

Offensiva a Est sospesa dopo le minacce russe di invadere il Paese

Kiev ferma l'esercito a un passo dal disastro

L'Ucraina torna un campo di battaglia e s'incammina a passi sempre più rapidi verso il disastro. Un disastro che si sostanzia nell'ormai imminente invasione russa nell'Est del Paese, annunciata a chiare lettere dal presidente Vladimir Putin e dai suoi ministri Lavrov (Esteri) e Shoigu (Difesa). «Se oggi (ieri per chi legge, n.d.r.) non sarà fermata la macchina militare essa porterà ad un gran numero di morti e feriti», ha detto Shoigu annunciando «esercitazioni» ai confini ucraini che prevedono anche l'impiego dell'aviazione.

Ieri sera le minacce sembravano aver sortito effetto, con l'apparente decisione di Kiev di fermare le «operazioni antiterrorismo» nell'Est, pretesto per l'intervento militare russo. L'azione delle forze armate di Kiev nelle province secessioniste era ripresa da mercoledì con la riconquista di Sviatogorsk e con ancor più decisione ieri con un attacco a Slaviansk, roccaforte della ribellione filo-Mosca. Con l'appoggio di una ventina di blindati e di due elicotteri, le forze di Kiev hanno raggiunto la periferia della città in mano ai ribelli da metà aprile e negli scontri sono stati uccisi sette miliziani separatisti e distrutti tre posti di blocco. Immediata la reazione del Cremlino: Putin ha avvertito che la mossa avrà «conseguenze» sia «sull'attuale regime» sia sulla relazione bilaterali. Lavrov ha definito «criminale» l'utilizzo dell'esercito. Mosca ha avvertito di sentirsi «costretta a reagire», calcolando che Kiev stia inviando a Est «11mila uomini armati, 160 carri armati, più di 230 blindati, almeno 150 pezzi di artiglieria e un gran numero di mezzi dell'aviazione».

Il meccanismo in atto è quello già collaudato in Crimea nel mese di marzo: Mosca - che rifiuta di accettare la svolta filoccidentale di Kiev definendola un colpo di Stato pilotato da Washington - coglie il pretesto degli eccessi nazionalisti del nuovo governo che aveva tolto al russo la qualifica di lingua nazionale e fomenta la ribellione contro le autorità di Kiev inviando sul terreno propri agitatori e specialisti militari sotto copertura; i secessionisti, ben armati e spalleggiati, alzano la voce accusando «i fascisti di Kiev» di inaudite repressioni contro i pacifici russofoni, poi passano all'attacco occupando prima edifici istituzionali e in seguito interi centri abitati. A quel punto segue la proclamazione di «Repubbliche autonome» cui Mosca offre prontamente la sua protezione «nel nome del diritto internazionale» (perché nel frattempo ha offerto passaporti russi a chiunque parli russo in Ucraina e non solo) e non appena Kiev usa la forza per recuperare la sovranità sul proprio territorio il pretesto è servito e il gioco è fatto.

O meglio, parte del gioco. Perché se il minacciato intervento militare sarà attuato, solo una parte degli obiettivi di Putin saranno stati conseguiti: quello finale resta l'abbattimento dell'«attuale regime» ucraino, che nei disegni del Cremlino dovrà lasciar spazio a una leadership filorussa ed essere ricordato come una parentesi di illegalità sostenuta dall'infido Occidente. Ecco dunque che le elezioni presidenziali ucraine del 25 maggio rappresentano per Putin una linea rossa: Kiev va «normalizzata» prima di quella data, costi quel che costi.

Le risposte occidentali a questi sviluppi appaiono come sempre molto prudenti. Ieri Lady Ashton ha detto a nome di Bruxelles che il governo ucraino ha il pieno diritto di difendere la sua sovranità, ma ha chiesto a tutte le parti in conflitto il massimo sforzo per disinnescare la crisi. Parole che non sembrano destinate a lasciare il segno. Unico fatto positivo della giornata, l'avvenuta liberazione del giornalista Usa Simon Ostrovski, in mano ai separatisti.

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