Turchia verso la dittatura. Ora Erdogan piega i giudici

Dopo il bavaglio a Internet e l'epurazione della polizia, il premier sottomette i magistrati al potere esecutivo. Rissa in Aula: un deputato col naso rotto

Turchia verso la dittatura. Ora Erdogan piega i giudici

La Turchia, membro-chiave della Nato e da 40 anni aspirante all'ingresso nella Ue, sta facendo un passo dopo l'altro verso un regime totalitario. Dopo avere votato, una settimana fa, una legge che limita pesantemente la libertà di Internet - mettendosi sul piano della Cina e dell'Iran - la notte scorsa il Parlamento di Ankara, in cui il partito islamista Ak del premier Erdogan ha la maggioranza assoluta, ne ha approvata, nonostante un pandemonio scatenato dall'opposizione, un'altra ancora più liberticida: sottomette il Consiglio superiore della magistratura all'autorità del Guardasigilli, cancellando in pratica la separazione tra potere esecutivo e potere giudiziario. In contemporanea, il governo ha completato l'epurazione della polizia e della magistratura dai presunti seguaci di Fetullah Gulem, il potente imam un tempo suo alleato che vive in esilio negli Stati Uniti e che Erdogan accusa di essere il burattinaio della «Tangentopoli sul Bosforo», lo scandalo che ha coinvolto quattro figli di ministri e numerosi esponenti del partito di maggioranza, mandando a picco la lira turca e la Borsa e facendo fuggire i capitali esteri.

Nel tentativo di bloccare il procedimento giudiziario, che nei giorni scorsi ha toccato anche suo figlio Bilal, il premier ha finora rimosso o trasferito duecento magistrati e ben settemila dirigenti e funzionari di pubblica sicurezza. «Ak sta per partito della Giustizia e dello Sviluppo» ha dichiarato il capo dell'opposizione Kilicdaroglu «ma dopo quanto è successo negli ultimi tempi in Turchia non c'è più né l'una né l'altro». L'involuzione autoritaria di Erdogan che, come scrive l'Economist, «dopo dodici anni al potere confonde il suo destino personale con quello del Paese», è cominciata con una svolta in politica estera, che lo ha progressivamente allontanato dall'Occidente per inseguire una specie di sogno ottomano miseramente fallito; sono poi arrivati, in rapida successione, un processo visibilmente «truccato» per una fantomatica congiura che ha portato alla condanna di decine di alti ufficiali, l'arresto di centinaia di giornalisti critici del regime, una serie di provvedimenti per l'islamizzazione della società, la rottura con l'ex alleato Gulem, la repressione della protesta per la distruzione di Gezi Park (con cinque morti e centinaia di feriti), le accuse di corruzione nello sviluppo urbanistico di Istanbul, il tentativo di fermare l'inchiesta con purghe di marca staliniana, una raffica di farneticanti accuse agli Stati Uniti, a Israele e ad altre potenze straniere.

Se non avesse tagliato loro tempestivamente le unghie, le Forze Armate, che nel dopoguerra sono intervenute ben quattro volte per preservare l'eredità di Ataturk e garantire la laicità dello Stato, lo avrebbero già rovesciato. In un Paese veramente democratico, a questo punto Erdogan sarebbe con le spalle al muro. Invece, sembra intenzionato a proseguire per la sua strada. Le speranze dell'opposizione che il presidente Gul non firmi la legge che permette al governo di bloccare qualsiasi sito considerato ostile e di cancellare dalla rete i contenuti ritenuti «offensivi», o che la Corte Costituzionale bocci la legge che rafforza il controllo del governo sulla magistratura appaiono illusorie. Nonostante qualche defezione, e il licenziamento di dieci ministri, il premier appare ancora in controllo del partito e mantiene il sostegno del 40-45% dell'elettorato, soprattutto nell'Anatolia profonda. In origine, sperava di modificare la Costituzione e di presentarsi candidato alla presidenza quando ad agosto scadrà il mandato di Gul. Ora, si accontenterà probabilmente di cambiare lo statuto dell'Ak, che gli vieta di candidarsi per una quarta volta alla direzione del governo. Ma, prima delle elezioni politiche, dovrà affrontare il 30 marzo quelle amministrative, che si presentano piene di insidie: se, come indicano certi sondaggi, l'Ak dovesse perdere Istanbul, per «il nuovo sultano» potrebbe essere l'inizio della fine.

Una cosa è certa: sebbene Erdogan abbia visitato recentemente Bruxelles nel tentativo di rilanciare i negoziati con la UE, fermi ormai da anni, la sua deriva autoritaria e la strisciante islamizzazione del Paese rendono l'adesione pressoché impossibile. Invece di avvicinarsi agli standard fissati per l'ingresso nell'Unione, la Turchia se ne allontana ogni giorno di più; e la prospettiva di imbarcare 80 milioni di musulmani fa sempre più paura.

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