Leggi il settimanale

Roma temporeggia sul Safe. Ipotesi "mini-richiesta"

Roma temporeggia sul Safe. Ipotesi "mini-richiesta"
00:00 00:00

L'Europa è scesa in pressing perché lo considera uno dei pilastri della nuova strategia di Difesa continentale. L'Italia, invece, prende tempo per valutare attentamente l'impatto dell'operazione sui conti pubblici. Al centro del confronto c'è il Safe, acronimo di Security Action for Europe, il programma varato dall'Unione europea per finanziare con prestiti comuni gli investimenti militari dei Paesi membri.

«Abbiamo in totale cinque Stati che hanno firmato un accordo di prestito Safe: sono Polonia, Lituania, Croazia, Romania e Belgio, quindi l'Italia non ne fa parte», ha detto ieri il portavoce della Commissione Ue Thomas Regnier. La Polonia ha ricevuto il primo esborso per 6,6 miliardi - si tratta del 15% della sua assegnazione totale di 43,7 miliardi ed è il principale beneficiario dei finanziamenti Safe e il primo Stato Ue a ricevere un pagamento nell'ambito di tale strumento. «L'Europa deve essere preparata a qualsiasi scenario e pronta ad agire in qualsiasi circostanza», ha sottolineato ieri la vicepresidente esecutiva della Commissione europea, Henna Virkkunen. Precisando che ulteriori esborsi seguiranno progressivamente con l'attuazione del piano polacco.

Lo strumento è finanziato tramite emissioni di debito dell'Unione europea sui mercati finanziari e prevede prestiti a lungo termine che saranno interamente rimborsati dagli Stati membri beneficiari. Rappresenta il primo tassello operativo del piano «ReArm Europe», con cui Bruxelles punta a mobilitare oltre 800 miliardi per rafforzare la capacità difensiva europea. Safe mette sul tavolo fino a 150 miliardi di euro di prestiti garantiti dal bilancio dell'Unione, destinati all'acquisto congiunto di sistemi d'arma, munizioni, difesa aerea, droni, cyber sicurezza e infrastrutture strategiche. Il governo Meloni ha inizialmente prenotato 14,9 miliardi attraverso il programma, ma l'esecutivo punta ora a chiederne solo una parte, ipotizzando una potatura di circa 10 miliardi. L'intenzione è quella di attingere al fondo solo per 4 o 5 miliardi, quanto basta per coprire i progetti per i quali sono già stati firmati contratti vincolanti. «Non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la Difesa», ha detto la premier Giorgia Meloni nei giorni scorsi. La priorità assoluta di Palazzo Chigi è oggi la sicurezza energetica, messa a dura prova dalla chiusura dello Stretto di Hormuz.

Roma guarda al prossimo mercoledì 3 giugno quando, con la presentazione del pacchetto di primavera del semestre europeo, dovrebbe arrivare la risposta di Ursula von der Leyen alla lettera ufficiale inviata da Meloni lo scorso 18 maggio per richiedere margini di flessibilità sui conti.

Nel dibattito si è inserita anche la mossa di Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione Ue con delega alla Politica regionale, che ha proposto di riallocare i fondi strutturali esistenti (Fesr, Fondo di coesione e Just Transition Fund) per contrastare il caro energia, la dipendenza dai fossili e la carenza di fertilizzanti. Ma l'idea ha già ricevuto il niet delle Regioni europee.

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica