Non sappiamo se verrà ricordato come l'embrione di un nuovo ordine mondiale. Di certo però gli incontri e le trattative di Davos hanno evitato la caduta in un nuovo, definitivo disordine. Alla fine la Nato, data per spacciata e sepolta sotto i ghiacci di Groenlandia, è resuscitata per mano di un segretario generale, Mark Rutte, capace non solo di blandire The Donald, ma anche di farsi ascoltare. E con la Nato è sopravvissuta l'Unione Europea.
Dopo una semi-comica spedizione tra i ghiacci di otto suoi Paesi e le minacce di attacchi a colpi di dazi e contro-dazi agli Usa l'Unione ha ritrovato, a Davos, una dose di necessaria e perduta compostezza. E assieme a essa la capacità di comprendere che guardare alla Groenlandia come prima tappa della marcia sull'Artico è fondamentale non solo per la sicurezza dell'America, ma anche per la propria. Conclusioni che hanno reso quasi inutile quel Consiglio Europeo straordinario convocato ieri sera per fornire risposte adeguate all'America di Trump. Un Consiglio risvegliato però dall'iniziativa di Giorgia Meloni e del cancelliere tedesco Friedrich Merz - promotori di «un freno di emergenza per l'eccesso di regolamentazione» destinato ad arginare la burocratizzazione e le lentezze che stanno trascinando i 27 in un baratro da cui rischiano di non riemergere più.
Anche perché solo superando la paralisi burocratica, e la conseguente incapacità di decidere potranno tornare a misurarsi con gli Usa. Una condizione ben riassunta da Merz. «L'Europa e la Germania - spiega il Cancelliere - hanno sprecato tempo nel non fare riforme... Il mercato interno europeo doveva essere l'area più competitiva del mondo invece siamo diventati l'area dell'eccesso di regolamentazione».
Il risveglio della Nato e dell'Europa giovano, alla fine, anche a Trump. Fedele alla logica di un negoziato in cui è necessario sbalordire e impaurire l'avversario con proposte inaccettabili il presidente-tycoon aveva scordato che i presupposti per creare basi e avamposti americani in Groenlandia sono già definiti dagli accordi stretti nel 1951 con la Danimarca. Quindi agitare lo spettro di un'occupazione militare o di un'acquisizione forzata è non solo inutile, ma anche nocivo sia sul piano dei rapporti internazionale che interni. Basta, più semplicemente - come suggerito da Rutte - rinegoziare quegli accordi coinvolgendo i membri europei della Nato e spingendoli a investire nella difesa dell'isola.
Alla fine di questa due giorni elvetica l'Atlantico sembra tornato stretto. E più lontana la minaccia di uno scisma capace di mandare a pezzi l'Alleanza Atlantica e lacerare l'Europa. Sul fronte più vasto dell'ordine globale restano da decifrare invece i capitoli dedicati alla pace in Ucraina e alla pace globale apertisi in quel di Davos. Quest'ultima nei disegni di Trump andrebbe strappata a un Consiglio di Sicurezza dell'Onu ormai paralizzato da veti reciproci e consegnata a un Board of Peace concepito come una sorta di «consiglio d'amministrazione» globale. A far più specie è però il seguito dell'incontro tra il presidente statunitense e quello ucraino. Un incontro da cui emerge non solo la notizia di un imminente negoziato a tre tra Mosca, Washington e Kiev, ma anche uno Zelensky apparentemente riconciliato con gli Stati Uniti e inviperito con un'Unione Europea definita «divisa e smarrita».
Un'Unione che nell'ultimo anno, oltre a salvarlo ripetutamente da un Trump pronto ad abbandonarlo al proprio destino, gli ha anche fornito le risorse economiche indispensabile per sopravvivere economicamente e militarmente. Aiuti diventati improvvisamente lacrime nella pioggia.