Famiglia cristiana è alla deriva Ora pontifica pure su Minzolini

Invece di pensare ai poveri e allo spirito della Chiesa, la rivista di don Sciortino è da tempo una specie di Unità in tonaca che attacca il Cav. L'ultimo bersaglio è il direttore del Tg1

Fondata esattamente ottanta anni fa dal beato Giacomo Alberione, Famiglia cristiana ha come motto: «Parlare di tutto ma cristianamente». Da una dozzina di anni il settimanale dei paolini è però diretto da don Antonio Sciortino, un sacerdote che avrà fortissime difficoltà a entrare in Paradiso al primo turno. È infatti un tale linguacciuto che non solo non sa dove stia di casa il parlar cristiano, ma usa toni da codice penale. Sotto la sua direzione, la rivista - destinata alle pie famiglie e in vendita anche in parrocchia - si è beccata perfino delle querele. Cosa oltremodo incresciosa per un giornale il cui compito dovrebbe essere quello di rivolgersi al suo pubblico edificandolo.
Il tallone d’Achille di Sciortino è Berlusconi. Il don lo odia al punto da giocarsi il Paradiso, collezionare denunce, corrompere l’animo candido dei parrocchiani, perdere copie. Negli ultimi cinque anni, in effetti, la tiratura di Famiglia cristiana è scesa di 150mila copie, passando da 640mila a 490mila con preoccupazione dell’editrice San Paolo e grave cruccio del Vaticano. Il solo a infischiarsene è il direttore perché prendersela col Cav è più forte di lui e della sua missione sacerdotale. Il settimanale degli oratorii è ormai una specie di Unità in tonaca e fa stabilmente parte della stampa di sinistra che attacca il berlusconismo a prescindere. Non lo combatte più sui principi ma a suon di maldicenze e ogni inezia è buona.
L’ultimo affondo di quella che fu una rivista cattolica ha come bersaglio Augusto Minzolini, il cui torto è di essere direttore del Tg1 in quota Cav. Minzo, stufo di essere per questo sulla graticola da un anno e mezzo, ha reagito annunciando che dedicherà una rubrica alle minchionate dei suoi colleghi della carta stampata. L’idea si annuncia esilarante perché i quotidiani sono una miniera di svarioni ed è sacrosanto che come noi facciamo le bucce alla tv, la tv le faccia a noi. A Famiglia cristiana invece la cosa non va giù e (mal) tratta la vicenda nel suo ultimo numero. In un breve corsivo dal titolo serioso e intimidatorio, «Il Tg punitivo del direttorissimo (il suddetto Minzo, ndr)», stronca l’iniziativa. Dà per scontato - e non lo è affatto - che sia rivolta contro la stampa di sinistra e la giudica inammissibile. «La materia - sentenzia con una sgradevole metafora olfattiva - dà odori poco gradevoli». Ohibò, e perché? Per due ragioni spiega l’autore, Giorgio Vecchiato. Primo: «Non si può rispondere ai colpi di fionda con un cannone. C’è una bella differenza tra quattro aficionados che leggono un quotidiano e i milioni di cittadini che seguono la tv». Secondo: «Il Tg1 non è di proprietà di Minzolini ma è un servizio pubblico». Ergo: non può essere usato per vendette private. Fine dell’argomentazione che, per la sua debolezza, consente all’imputato una replica ineccepibile. «Il mio Tg - osserva Minzo - ha tante rubriche (moda, cinema, costume, ecc. ) e nessuna ha mai posto problema. La stampa è un settore altrettanto importante». Se ora si solleva il caso è solo perché «gli operatori del settore si sentono dei sacerdoti intoccabili». E non lo sono, è il giusto sottinteso, per cui, con buona pace di Famiglia cristiana, tirerò dritto. Questione chiusa e palla al centro.
Don Sciortino, se fosse compos sui, avrebbe tranquillamente potuto evitare una polemica infondata e meschinissima. Ma non può perché è accecato dall’ira e usa un settimanale diocesano per sfogare le proprie paturnie. In quasi tre lustri di direzione, il don ha trasformato in una fucina di odio politico una rivista per famiglie che per decenni ha guardato il mondo con quieto spirito cristiano. Un tempo, Famiglia era distribuita solo nelle parrocchie. Nonne e chierichetti prendevano la propria copia dalla pila sistemata in chiesa e versavano l’obolo, senza che nessuno controllasse, nella apposita cassetta. La rivista aveva fiducia nell’onestà del lettore e il lettore si fidava dei contenuti pacifici e cristiani della rivista.
Col don il clima si è incattivito. Metà Famiglia cristiana è dedicata settimanalmente alle «malefatte» del mostriciattolo di Arcore. Ecco una serie di titoli degli ultimi due anni: «La costituzione dimezzata»; «Un Paese senza leader»; «Berlusconi al tramonto»; «Premier in declino per sette lettori su dieci», ecc. Contenuti e linguaggio oscillano tra calunnia e trivio. Se il Cav si occupa dei rifiuti di Napoli diventa «lo spazzino». Se il suo governo si attrezza contro i clandestini si macchia delle «atrocità dei nazisti contro i bambini ebrei» (la bravata è però costata al don una querela del ministro dell’Interno, Maroni). Se i soldati sono mandati per le strade in Campania siamo «all’anticamera di dittature sudamericane». Il Cav cerca di difendersi col Lodo Alfano dalle toghe partigiane? È «un tracotante» che prepara «un ritorno del fascismo». Se Fini litiga con Berlusconi, il primo è una vittima, l’altro il carnefice. Il Cav dice una spiritosata di dubbio gusto su Rosy Bindi e la giustifica dicendo che non è sua ma girava in Parlamento, il don interpreta: «Vuole tenere i piedi in tutte le scarpe. Nel caso specifico, quelle dello statista e del teppistello di periferia». Sembra di sentire Totò Di Pietro che però non è un prete. Berlusconi pretende che i parlamentari pdl votino compatti in Parlamento, com’è norma in tutti i partiti? «Ha una concezione padronale dello Stato e ridotto politici e ministri in servitori». Nemmeno se fa la comunione gli sta bene. Quando successe l’anno scorso al funerale di Raimondo Vianello, di cui il Berlusca era amico fraterno, Famiglia cristiana armò un casino che, fossi stato Papa, avrei sospeso la rivista e inflitto almeno un paio di scomuniche. Una a don Sciortino come direttore, l’altra al teologo del settimanale che, a comando, ha scritto cose indegne. Ecco qualche passo: la comunione rientra «nei gesti plateali del premier» che ha trasformato «quel funerale in spettacolo... Come cristiani proviamo disagio quando uomini di potere approfittano di momenti della vita di fede per fare ciò che, in genere, fanno fuori dalla chiesa: dare spettacolo di sé». Come se in cinquant’anni di democristianità non avessimo visto genuflessioni a rotta di collo dei Moro, comunioni multiple dei Fanfani, sguardi al cielo di Andreotti, mani giunte a gara di Rumor, Zaccagnini, Casini e baciapile vari.
Io non so se don Sciortino e i suoi appartengano a una razza speciale di fabbricatori di fiele. Ma se questi sono i preti, mi preferisco laico e peccatore.