Dal "Fatto" a Raitre: viaggio nelle vere fabbriche del fango

Il Giornale accusato di fabbricare veleni, invece sono loro i maestri dello sputtanamento. Come sulle telefonate ad Arcore

Fabbrica del fango: sui giornali e in tv l’argomento spopola. È di moda, è politicamente corretto, fa audience, insomma è molto figo. Allora oggi anche noi vogliamo sentirci almeno una volta nella vita parte del coro.
Dunque parliamo del Fatto Quotidiano. Sì, il giornale diretto da Padellaro sul quale si esibisce la spalla di Santoro: quello per il quale per sputtanare Berlusconi non serve ci sia un reato, mentre per scrivere cose che diano fastidio a Fini sì (anzi non basta ancora: anche se il reato c’è non si deve dire). Bene, questo quotidiano che impartisce agli altri lezioni di giornalismo, ieri ha sparato in prima pagina il seguente titolone: «Perla, corriere della droga: 48 chiamate ad Arcore». Messaggio, piuttosto esplicito, al lettore: nota narcotrafficante in confidenza con il premier al quale probabilmente forniva cocaina o altre sostanze stupefacenti.
La realtà? Le 48 «telefonate» (in realtà contatti, tra chiamate ed sms, in entrata e in uscita da Villa San Martino) sono spalmate nell’arco di quattro anni, tra il 2003 e il 2007, periodo nel quale la suddetta Perla, che solo successivamente finirà in un giro di spaccio di droga, era assistente di un senatore di Forza Italia. E nell’unica conversazione di cui si riferisce il contenuto, questa signorina chiede non di Berlusconi, bensì di Sandro Bondi, che in quel periodo lavorava lì. E che cosa faceva Sandro Bondi? Il coordinatore di Forza Italia. È così strano che con una frequenza media di una volta al mese il responsabile di un partito abbia contatti con uno dei suoi parlamentari? Evidentemente no. Tradurre tutto questo nel titolo di cui sopra come si può definire? Se l’avesse fatto il Giornale, senz’altro fabbrica del fango.
E lo stesso sarebbe accaduto se noi avessimo preso le dichiarazioni rese a verbale da una prostituta considerata un’artista della menzogna da tutti quelli che l’hanno conosciuta, sua madre compresa, e le avessimo sparate in prima pagina come Vangelo allo scopo di ricoprire di melma un presidente del Consiglio in carica. In particolare se nei giorni successivi ogni singola dichiarazione resa dalla signorina in questione (al secolo Nadia Macrì) si fosse rivelata completamente falsa alla prova dei fatti. Apriti cielo: fabbrica del fango, fabbrica del fango. Invece l’ha fatto Repubblica e quindi va tutto bene. Anzi, è grande giornalismo.
E come si chiama prendere un ministro, invitarlo in una trasmissione tv, tendergli una trappola e assalirlo in diretta? Servizi, ospiti, presunti difensori (l’ineffabile Urso, figuratevi): tutto costruito per ridicolizzare Sandro Bondi e imputargli il crollo di un edificio costruito duemila anni fa. Colpevole per tagli di spesa che devono ancora far sentire i loro eventuali effetti. Colpevole in un’Italia dove negli anni ci sono stati crolli di ogni tipo senza che si chiedessero le dimissioni di nessuno, men che meno della beatificata ministra veltroniana Giovanna Melandri. Bene, come si chiama tutto ciò? Fabbrica del fango? E no, noi del Giornale non abbiamo televisioni. Si chiama Ballarò, Raitre. Ergo, non c’è problema.
E non c’è problema neppure se uno scrittore si piazza nella tv pubblica e davanti a sette milioni di spettatori applica il bollino rosso dell’infamia a un giornale sostenendo che è una fabbrica di fango. Peggio: «Un pericolo per la democrazia». E senza spiegare il perché, con un generico (e quindi mafiosissimo) «fa disinformazione, attacca i nemici del premier: Boffo, Fini...». Ma che vuole dire? Certo, abbiamo criticato Fini. Innanzitutto sul piano politico (ben prima della sua rottura con Berlusconi, peraltro). Poi sulla casa di Montecarlo. «Ecco, quella: fango!». E perché? Un’inchiesta documentata che ha dimostrato come il presidente della Camera abbia venduto al cognato un bene del partito a un prezzo inferiore a un terzo del valore reale (a voler essere indulgenti) e poi abbia mentito più volte sull’intera faccenda. È fango? «Sì, perché è contro uno che dissente da Berlusconi».
È ridicolo ma purtroppo non c’è niente da ridere: gli argomenti sono questi. Unitamente all’altro: «Se non è fango, perché non fate mai una bella inchiesta sul Cavaliere?». E te lo dicono quelli di Repubblica, che De Benedetti lo massacrano tutti i giorni e non si sognerebbero mai di nascondere le notizie giudiziarie che gli dispiacciano. O quelli dell’Unità, dove a settimane alterne fanno un mazzo così a Soru, D’Alema, Bersani e Veltroni. O quelli di Raitre, forti dei memorabili scoop su Prodi e Fassino.
Avessero almeno il coraggio di dire quello che pensano veramente: è severamente vietato scrivere (o dire in tv) qualsiasi cosa possa disturbare chiunque si opponga al Cavaliere. In particolare se si tratta di notizie.

Anzi, bando all’ipocrisia: è permesso scrivere (o fare in tv) soltanto inchieste sulla vita sessuale del premier, sulle sue ville, sui suoi rapporti con la mafia ed eventualmente su qualche omicidio si possa sospettare abbia commesso. Gradite delazioni, anche anonime. Poi, però, quando Berlusconi non ci sarà più, siate coerenti: chiudete baracca. Tanto non c’è più nulla da raccontare.

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