La femminista contro le donne

Rosy Bindi è l’albero di Natale del femminismo. Ti capita di fissarla appena qualcuno ha fatto una battuta vagamente sessista e la trovi accesa di luci di riprovazione, incendiata tanto da abbagliarti in tutto il tuo misero essere maschio. Poi, appena senti una nuova boutade sulle signorine, la riguardi e la trovi amaramente spenta come un lampione a mezzogiorno. È l’intermittenza dell’indignazione, la sua. Un contatto ossidato tra il suo orgoglio di donna e la sua obbedienza da militante, che dipende essenzialmente da chi fa la battuta.
L’ultimo blackout nella tetragona Rosy è delle ultime ore. Pier Luigi Bersani, segretario del suo stesso partito, ha soavemente accusato il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini di «rompere i coglioni». By jove, un milord. Ci si attende l’esplosione della Bindi, una supernova di sdegno alla faccia delle gerarchie interne al Pd. La bandiera dell’uguaglianza mica si ammaina per miserrime questioni partitocratiche. Ora lo schianta, quel pelatone emiliano che ciuccia toscani come Tinto Brass. E invece il buio. La Bindi non solo non gli fa pelo e contropelo, ma ci mette il carico: «Bersani intendeva che gli insegnanti non hanno un ministro che li difende. Non credo sia un’offesa». A parte che non si è mai vista una donna riconoscente quando la accusano di mettere a soqquadro le gonadi, qui siamo di fronte a un fantozziano inchino davanti al superiore, all’apostasia di una fede, seppur fondata sul possesso di un paio di tette.
Il fatto è che il tradimento della causa femminista da parte della presidente del Pd suona stridente perché siamo abituati a vederla ribelle e fiera sulle barricate della difesa di genere. La Pulzella di Sinalunga da anni è la prima a ringhiare non appena qualche cafone di destra si permette di scherzare sulle donne. È ironica come un calorifero, sull’argomento. Rosy è colei che - tacciata dal premier di essere «più bella che intelligente» - si mise alla testa di tutte le parlamentari di sinistra, indossando una maglia con la scritta «Non sono una donna a sua disposizione». «Ho reagito in nome di tutte le donne», disse, mentre aderiva alla raccolta firme di Repubblica e bruciava idealmente un reggiseno e una bandiera del Pdl. Rosy è colei che - all’indomani di una nuova battuta di Berlusconi ai danni di Mercedes Bresso («si guarda allo specchio e si rovina la giornata») - regalò uno specchio alla governatrice del Piemonte. È colei che taccia di «vetero-maschilismo» Brunetta se propone di equiparare l’età pensionabile, colei che sprezzante dichiarava «non accetterei delle rose dal Cavaliere». È il girl (dai, woman...) power senza museruole, un cingolato dei diritti, una che potrebbe denunciare il comitato olimpico perché il martello dei maschi pesa più di quello delle donne.
Eppure la Simone de Beauvoir democratica stavolta non solo tace, ma ammicca e dà il suo imprimatur a Bersani. Lo fa contro una sua simile, che la recente maternità ha reso se possibile ancor più degna di delicatezza. Ma la Gelmini, Maddalena che non è altro, ha lo stigma del centrodestra e quindi scagliare la pietra non solo vale, ma è cosa buona e giusta. Buono decantare il «coraggio» di Veronica Lario nel chiedere il divorzio; giusto non spendere una parola sul linciaggio mediatico di Noemi Letizia. Così come era più comodo tacere quando si facevano ventilare trivialità da camionisti sulla Carfagna. Anche allora la solidarietà bindiana era tantalizzata sul tasto «off» e l’accostamento della bella ministro a Santa Maria Goretti raccoglieva da parte sua solo sarcasmo. La paladina da voi chiamata non era al momento raggiungibile, provate quando avrete cambiato schieramento.
Eppure una volta Rosy - gliene va dato atto - difese un’avversaria. Lo fece quando un disegnatore ritrasse il ministro Giorgia Meloni come «ministronza»: «Volgare maschilismo». Il sospetto è che Rosy, taglio da suora laica e look severo da funzionaria del Pcus maturata alle Acli, sia ormai diventata schiava del suo personaggio. Donna concreta, censore di frivolezze e maquillage, ha dichiarato guerra non all’uomo vessatore, ma alla donna fiera della sua femminilità. Perché se la battuta da bar ti offende, ti mortifica a prescindere da chi la pronuncia e da chi ne è oggetto. Invece per Rosy le «vittime» non hanno pari opportunità. E se il circus della politica le taccia di essere apprezzate anche come donne, oltre che come amministratrici, non meritano solidarietà, soprattutto se berlusconiane. Un contro-sessismo bieco e livoroso, che pretende di fare figlie e figliastre e mettere da una parte gli anatroccoli da salvaguardare, dall’altra i cigni contro cui aprire il fuoco. Brutta cosa, presidente Bindi, fare differenze. Perché si rischia di passare per meschine e di sentirsi dire che, se è vero che non è a disposizione di Silvio, pare che sia a disposizione di chiunque altro insulti le donne. Basta che stia nel suo partito.

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