Festival, la Mostra galleggia Tutti in coda per Baarìa

In una città sempre più vecchia comincia il festival accusato di provincialismo e a rischio contestazione. Da Cuba a Videocracy: è laguna rossa. Inaugurazione con il kolossal di Tornatore: in prima fila i grandi cineasti

Festival, la Mostra galleggia 
Tutti in coda per Baarìa

Com’è triste Venezia / Soltanto un anno dopo... / Si cercano parole che nessuno dirà / E si vorrebbe piangere / Ma ormai non si può più... / Troppo triste Venezia / Di sera la laguna... / Si fa dell’ironia / Davanti a quella luna... / Addio gabbiani in volo...
(Charles Aznavour)

Venezia - I Leoni stanchi, i Leoni sparsi. Sono quelli del premio Oscar Dante Ferretti, che fino allo scorso anno facevano da unica cornice all’ingresso della Mostra, e che oggi ritrovi disseminati anche fra i piani del vecchio Casinò, metafora di un Festival che è invecchiato, ma si vuole rinnovare, punta a un nuovo Palazzo del Cinema da inaugurare per il 2011, in concomitanza con il centocinquantesimo dell’Unità d’Italia, e affida a disegni e impalcature l’immagine del futuro look. Di primo acchito, sembra una gigantesca supposta e sulla data reale della fine-lavori è lecito essere scettici. Per il Mose ci sono voluti quarant’anni, e ancora non è detto, per la Fenice un decennio, sotto il ponte di Calatrava si è accumulata una laguna di polemiche, per la Punta della Dogana si è dovuto attendere l’acquisto dello straniero... «In Italia nulla è stabile tranne il provvisorio», diceva Prezzolini. E della stabile provvisorietà Venezia è regina. Se per la data fatidica si aprirà la nuova sede, in quella stessa data partirà la ristrutturazione dell’Excelsior, albergo mitico del Lido e non è detto, e non si sa, se quella del De Bains, l’altro gioiello, prevista a partire dal prossimo anno, ci consegnerà un hotel rinnovato o un hotel frazionato in multi residence e/o multiproprietà. Sarà anche vero che il turismo è una risorsa, ma quando diventa l’unica risorsa il risultato è una città morta. Sotto questo aspetto, l’aver voluto celebrare in questa sessantaseiesima edizione il talento del vecchio George A. Romero, quello del ritorno degli zombie, suona sinistro.

Fra il Lido e la mostra, si sa, i rapporti non sono stati mai idilliaci. Gli abitanti del primo non hanno mai amato i frequentatori della seconda, e se Cannes, durante il suo Festival, si trasforma nella capitale del cinema, dove tutto è aperto, tutto è invitante, tutto funziona, qui vige la regola del coprifuoco e del mercato nero: si chiude presto, si paga il doppio. Quest’anno sembra si sia corsi ai ripari e si è inventata la Notte in Mostra, con «quattro nuovi punti di ristoro qualificati», come recita l’orrido burocratese dell’ufficio stampa, aperti in loco sino alle due del mattino, e una convenzione con un certo numero di ristoranti cittadini che a rotazione dovrebbero restare aperti sino alle quattro. Più fantasiosi si sono dimostrati gli chef dei grandi alberghi della Serenissima: il Gritti ha approntato un menu che si chiama Sogno italiano, il Danieli ne tiene a battesimo uno orientale dal titolo Pellicole di seta. Ci si interroga sull’American Skies dell’Europa Regina, «improntato al filone americano di Arancia meccanica»... Si berrà latte o si stupreranno le clienti?

Mai come in questi ultimi tempi su Venezia si è addensato un clima di polemiche. Ha cominciato il ministro Brunetta definendola «svenduta e mercificata», ha proseguito il presidente del Veneto Galan descrivendola come una città in balia delle pantegane, dei gabbiani e delle bottiglie di plastica... Poi c’è stata la notizia che il numero dei suoi abitanti era giunto al minimo storico, 60mila, l’esatta metà della popolazione ancora negli anni Sessanta, di cui un quarto sopra i sessant’anni... Vecchia, mantenuta, spopolata, priva di servizi, questa la condanna senza appello. Il successo della Biennale d’Arte è stato derubricato a fenomeno endogeno, segno di radicalismo chic e di provincialismo, l’apertura del nuovo museo Pinault d’arte moderna, il sintomo di una inadeguatezza culturale e strategica, una sorta di afasia intellettuale italiana, un cedere pezzi e simboli della propria storia. Sulla stessa Mostra del cinema si è abbattuta prima la polemica, poi rientrata, sui paventati tagli del Fus, il Fondo unico dello spettacolo, che ha visto il solito balletto dell’«armiamoci e partite» di attori, registi e critici, poi l’ennesima querelle sul provincialismo di una manifestazione che vedeva quattro film italiani in concorso e altri diciotto sparsi nelle varie sezioni... Ciliegina sulla torta, nell’imperversare del dibattito sui dialetti, dove la Lega sembrava essere l’ariete nordista della disunità d’Italia, ci si è accorti che la pellicola d’apertura, tra le più costose nella storia del cinema italiano, era quel Baarìa di Giuseppe Tornatore, girato in siciliano stretto, e a questo punto ci si è trovati tutti d’accordo nel dire che sì, il dialetto è una ricchezza, allunga la vita e cose così...

All’inaugurazione ci sarà comunque, assicurano, un parterre da record: registi come Werner Herzog e forse Michael Moore, stilisti come Dolce e Gabbana e Giorgio Armani, mica pizze e fichi, insomma... E quindi la festa è al completo, perché poi il Festival è anche un sublime concentrato di alto e basso, splendori e miserie, vizi e virtù, in sintonia con una città che ha i palazzi più belli del mondo e le calli più sporche del mondo, grida contro l’invasione di massa ma non è capace di uno straccio di politica sociale, si lamenta dell’invecchiamento della popolazione, ma è un deserto quanto a politiche giovanili, eccezion fatta per i centri sociali che sono come una croce di cavaliere e quindi non si negano a nessuno. I portatori di disgrazie ammoniscono che nel 2030 Venezia sarà definitivamente spopolata, il numero dei turisti raggiungerà la cifra monstre di 40 milioni l’anno e di qui a un secolo, secondo una ricerca dell’Istituto di Scienze Marine del Cnr, finirà sommersa. Noi non ci saremo, e la cosa da un lato ci rammarica e dall’altro ci rasserena.