La Filarmonica di S. Pietroburgo festeggia il grande Prokofiev

È la festa di non-compleanno di Prokofiev, direbbe Lewis Carroll, e la rassegna di settembre Mi-toYuri ha deciso di celebrarla alla grande. Non ci sono difatti anniversari particolari di questo autore nato nel 1891 e morto nel 1953, e questo rende la scelta più mordente. Fatto sta che ci sono tre concerti formidabili con la favolosa Orchestra Filarmonica di San Pietroburgo dedicati a questo grande autore russo del Novecento per aprire la stagione di quest'anno: il primo a Torino, il secondo alla Scala, il terzo sempre a Milano al Teatro degli Arcimboldi, con tre programmi diversi: sinfonie, concerti, ouverture e suite da opere e balletti. Non so come si dica in russo full-immersion, però il criterio è questo, e l'esperienza è interessante, anzi può diventare addirittura travolgente.
Prokofiev non è uno che tiri per i capelli. La sua musica è aguzza, irridente, irta di dissonanze e di ritmi irregolari: ma senza esperimenti arditi, provocazioni devastanti. Solamente mette alla prova, perché è impostata sulla tradizione classica, ma si prende due libertà fondamentali. Una è quella dell'ironia: si permette di giocare con le forme del discorso e soprattutto con le armonie, come se al punto di suscitare emozioni le volesse esorcizzare. L'altra è quella del lasciarsi all'improvviso avventurare con lunghi periodi eloquenti quasi uscendo dalle attese per esprimere contagiose evasioni: allora abbiamo l'impressione che i conti della composizione possano non più tornare, e veniamo richiamati magari all'improvviso con una visione inaspettata o con uno sberleffo.
Suo figlio, di fronte alle irregolarità di quel linguaggio in confronto alla grande tradizione russa, ad esempio all'incantata meraviglia di Ciaikovskij o alla violenta determinazione di Musorgskij, entrambi nella pienezza del sistema tonale dei Classici, rassicurava confessando che il padre prima scriveva la musica normalmente, poi la prokofievizzava. Ma noi sentiamo in lui invece anche la grande vertigine dell'armonia che porta lontano, per modulazioni inusitate: in poche battute la "Marcetta" burlesca dall'opera L'amore delle tre melarance, ci porta chissà dove e ci deposita improvvisamente a casa; in pochissime, l'inizio stupefatto della "Scena al balcone" dal balletto Romeo e Giulietta ci fa approdare in una tonalità e in una temperie musicale immisurabilmente lontana.
L'occasione di queste sere è ghiotta ed importante, perché a celebrare la festa c'è Yuri Temirkanov, settantenne direttore compatriota dell'Autore ed uno dei pochissimi Grandi Direttori del nostro tempo. Autorevole e generoso, con il suo gesto spiccio, da artigiano che ama la concretezza o da generale in congedo che rifiuta i compiacimenti, ma sempre affettuoso e appassionato, può suscitare le tensioni che ci rendono difficile rimanere fermi in poltrona, le emozioni che ci fanno venire voglia di abbracciare il vicino di posto, come quella pace della musica senza dimostrazioni, nuda nella sua verità. In qualche circostanza, quasi si volta sbirciando verso il pubblico, ma non per esibirsi, piuttosto quasi per dedicare la sua esecuzione a qualcuno in particolare, magari a una bella signora: non frivolo, ma cavaliere.
A Milano, ha come solisti nel Secondo e nel Quinto Concerto per pianoforte due artisti diversamente interessanti, e già dal nome poco russi: Kun Woo Paik e Gian Luca Cascioli.

All'inaugurazione milanese di Mito, il programma è particolarmente gustoso: si parte dalla sinfonia detta "Classica" e si finisce con la Suite da Romeo e Giulietta. Un percorso, come una mostra d'un pittore del secolo scorso che cominci a dominare la tradizione in modo personale e, senza dimenticarla, conquisti una sua inconfondibile libertà.

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