«Finanzieremo film in lumbard»

Ricordate il famoso test della cadrega con cui i due «transilvani» leghisti Giovanni e Giacomo inchiodarono un terronissimo Dracula alle sue responsabilità? Quella scena potrebbe diventare testimonial della querelle su celluloide che continua a infiammare il nord, specie dopo le bacchettate lanciate contro il Carroccio dal «baarese» Giuseppe Tornatore, reduce dai fasti veneziani per il suo film in stretto vernacolo siciliano con tanto di sottotitoli. «Il dialetto? Certo che serve - aveva dichiarato il regista - ma la Lega ne fa un uso razzista. Eppoi la lingua padana non esiste...».
La vendetta, si sa, è un piatto da servire freddo e allora Massimo Zanello, assessore lombardo alla Cultura che della diffusione del volgar eloquio (da cui il titolo del suo festival) ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia, replica sfoderando un asso: «Siamo pronti, come Regione Lombardia, a finanziare il progetto di un film per il grande schermo o di una fiction televisiva in dialetto lombardo». Altro che razzisti, puntualizza l’assessore: qui si rischia una colonizzazione culturale all’inverso, con la proliferazione di produzioni local quasi sempre sotto la linea gotica: dai serial polizieschi di Montalbano, alle interminabili puntate partenopee di «Un posto al sole», al romanzo popolare Rai «Agrodolce», anch’esso ambientato in Trinacria e anch’esso mandato in onda con soldi pubblici. E il nord? «Ci hanno criticato - dice Zanello - perchè vogliamo difendere le nostre tradizioni culturali insegnando il dialetto nelle scuole dell’obbligo, e poi i film che arrivano dal sud con i sottotitoli meritano il plauso come opere d’arte».
Dalla Franciacorta al Lodigiano la partita è aperta e per registi, filmaker e attori con pedigree padano si apre un’occasione da non lasciarsi sfuggire. «È ovvio - sottolinea l’assessore - che sovvenzioneremo soltanto i progetti di chiaro spessore artistico, realizzati da professionisti che oltre al dialetto prendano in considerazione storie e tradizioni delle città lombarde. Vogliamo andare anche sulla televisione nazionale che finora ci ha dato molto meno spazio che al centrosud». Insomma, il progetto dev’essere convincente ma porte aperte ai registi emergenti. «Vogliamo anche noi un film in lingua capace di competere con i festival internazionali».
I dialetti, sottolinea Zanello, sono in fondo «il linguaggio dell’anima» e l’Italia, che è uno Stato di soltanto un secolo e mezzo, di anime ne ha un bel po’. Sembra in fondo di sentire le parole di Tornatore quando si appella a De Sanctis e a Croce e ricorda che certe espressioni a Baarìa, come la stoffa camuluta, non la capiscono neppure gli abitanti di Agrigento; e che insomma queste mille anime cambiano non da una regione all’altra ma da villaggio a villaggio. «D’accordissimo con Tornatore - chiosa Zanello - ma se il suo Baaria va a in sala a New York non si capisce perchè quelli provinciali e razzisti siamo soltanto noi».