Sfogliando le pagine dell'ultimo volume di Giorgio Falco, Di ora in ora (Einaudi, 192 pagg., 20 euro) si ha l'impressione che l'autore, oltre a raccontare la sua infanzia e la passione per il mondo della fotografia, nonché la successiva conversione alla scrittura, abbia voluto misurare l'arco che ci separa da un passato in cui l'esistenza poteva svolgersi secondo i ritmi normali della specie, prima che il ciclone della contemporaneità più alienante spazzasse via ogni anello di congiunzione fra l'uomo e l'ambiente. Se questo è vero, la pesante Rolleiflex caricata a rullini portata con sé nelle campagne dell'hinterland milanese è un oggetto antidiluviano che per lo scorrere del tempo si ritrova a inquadrare un paesaggio moderno in via di disfacimento. Non è un caso che Falco poggi la macchina fotografica su un solido treppiede, come per assegnarle una funzione documentaria. Non solo: per descrivere "una terra che era la somma di due sottrazioni: gli avanzi del mondo agricolo e le scorie del mondo industriale" bisogna sbarazzarsi subito di ogni estetismo, ed evitare di "fotografare un capannone come se fosse Greta Garbo".
La necessità di passare dall'immagine alla parola conduce ad un frammentismo senza bellurie: si susseguono i cammei del falò che si accendeva in occasione della festa, del circo che riempiva l'aria degli afrori esotici di grandi mammiferi africani, del cucciolo di cinghiale allontanatosi dalla madre e abbattuto dai carabinieri in un cortile.
Fino al pappagallo parlante del fotografo di paese che quando entrava un cliente lo accoglieva sempre con la stessa frase: "Le foto non sono pronte". Di ora in ora ironizza su Barthes e le sue famose idee fotografiche, invise alla maggior parte dei fotografi professionisti, ma quelli di Falco sono anche frammenti di un discorso biografico e intellettuale