La Franzoni nomina Samuele e piange: «Penso sempre a lui»

COGNE-BIS Condannata a 16 anni per l’omicidio del figlio, ora è accusata anche di calunnia

Annamaria Franzoni accusata di calunnia. Ma è solo un angosciante gioco di specchi. Il riflesso della mamma di Cogne sarà infatti sempre speculare al delitto di Samuele, il suo «Sammy». Il piccolo fu massacrato nel lettino di casa la mattina del 20 gennaio 2002. Aveva solo tre anni.
Per quest’omicidio la «bimba» (come veniva chiamata Annamaria in famiglia) è stata condannata il 26 aprile 2007 a 16 anni, sentenza confermata in Cassazione il 21 maggio 2008.
Ieri, a tre anni di distanza dal quel verdetto di appello, Annamaria è tornata davanti a un tribunale. Alle 10,45 l’imputata è entrata nel palazzo di giustizia di Torino; all’alba era partita dal carcere bolognese della Dozza, dove sta scontando la sua pena. Capelli lunghi, solita frangetta, bottiglia di minerale nella mano destra e due agenti di custodia che la tengono sottobraccio. Non ha le manette, non servono.
A portarla nel capoluogo piemontese - per il cosiddetto processo Cogne bis - è stato Ulisse Guichardaz, indicato come possibile autore dell’omicidio del piccolo Samuele in una denuncia firmata da Annamaria e presentata dal suo ex avvocato Carlo Taormina alla procura di Torino il 30 luglio del 2004, a pochi giorni dalla sentenza di primo grado del tribunale di Aosta, che condannò la Franzoni a trenta anni di carcere. Piange in aula Annamaria, mentre racconta cosa accadde in quella folle mattina di 8 anni fa. Poi si interrompe e dice: «Penso sempre a Samuele...».
Il flash back inizia, l’aula sprofonda nel silenzio. Echeggiano solo le parole di Annamaria, la mamma-assassina di Cogne: «Ero di fretta quella mattina, Davide (il suo primogenito ndr) faceva colazione lentamente, rischiavamo di perdere lo scuolabus. Quando Davide è pronto e faccio per aprire la porta sento Samuele che piange. Ho detto a Davide tu avviati, io sono riandata giù, l’ho preso in braccio e lui si è tranquillizzato».
Annamaria è seduta davanti al presidente del tribunale, con la mano sinistra aggiusta il microfono, la sua bocca calamita gli sguardi. Poi riprende il flusso delle parole: «L’ho messo nel mio letto gli ho dato un fazzoletto di Stefano (il papà ndr) perché gli piaceva il profumo. Si è messo a ciucciare il dito. Gli ho detto stai tranquillo la tua mamma è qua». «La tua mamma è qua...», dice proprio così Annamaria. Che parla con un filo di voce, ma parla: «Tornata a casa sono scesa giù in camera. Ho visto il piumone tirato su, pensavo vuole giocare a cucù, ho tirato su il piumone ma poi ho sentito un rantolo, l’ho scoperto e aveva una ferita sulla fronte. C’è stato un momento choc in cui il trauma mi ha sconvolto. Non riuscivo a capire perché quello che vedevo non era quello che avevo lasciato. Mi sentivo sola, correvo, chiamavo, questo non potere fare nulla per lui...».
In casa arrivano la vicina di casa, la signora Ferrod, e la dottoressa Satragni: «Io mi sentivo in colpa, in quel momento ho pensato che Samuele aveva pianto talmente tanto che gli era scoppiata la testa...».
No, a Samuele non era scoppiata la testa, qualcuno gliela aveva fracassata.
Per la giustizia italiana quella persona si chiama Annamaria Franzoni.

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