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Aiuto, si è ristretto lo Stivale

In Italia è in corso un inarrestabile processo di "desertificazione urbana" (così la chiamano gli esperti): entro il 2030 spariranno 1,5 milioni di abitanti. Per i "borghi fantasma" sarà boom

Aiuto, si è ristretto lo Stivale

Forse gli italiani (soprattutto al Sud, ma - sorprendentemente - anche al Nord) si sono ispirati a Cesare Pavese quando ne «La luna e i falò» sostiene che «un paese ci vuole, non foss'altro per il gusto di andarsene via»; per poi aggiungere poeticamente: «Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».

Sta di fatto che sono sempre di più gli italiani che, questo «gusto» (meglio sarebbe però parlare di «necessità»), lo provano sulla propria pelle, accelerando il trend di spopolamento soprattutto (ma non solo) dei piccoli centri che gli esperti di demografia chiamano «processo di desertificazione urbana». Secondo la più recente proiezione Istat «entro il 2030 l'Italia perderà circa 1,5 milioni di abitanti, pari al 2,5% degli attuali 59 milioni attuali». A soffrire di più saranno i piccoli centri. Si tratta di un fenomeno globale che in varia misura riguarda tutte le nazioni, ma che registra in Italia percentuali da record. Il motivo? Al primo posto c'è la «mancanza di lavoro»; seguono «motivi di studio» e «insoddisfazione nelle relazioni sociali». Insomma, un combinato disposto di deficit occupazionale e vulnus umano che risucchia i giovani (età media i 22-27 anni) dai borghi isolati riversandoli nelle città universitarie o nelle metropoli ad alta ricettività d'impresa. Una sorta di agglomerato virtuoso identificabile nella dorsale-nord che comprende Trentino, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna grazie alla capacità attrattiva che questi territori evoluti esercitano sulle regioni più depresse.

Nonostante ciò, se analizziamo la stima che «dal 2030 si allunga fino al 2070», emerge che perfino la progredita Lombardia è destinata a calare di 2,7 milioni di abitanti, seguita dall'Emilia Romagna (-1,4 milioni) equivalente a circa il 30% della popolazione odierna.

Relegate le grandi fabbriche sotto la voce «Archeologia Industriale», sono adesso i piccoli laboratori di creativity apps a rappresentare il sogno dei nuovi emigrati millennials (nelle varianti generazionali X, Y, Z).

Il Centro Studi Enti Locali (Csel) ha tracciato la mappa dei Comuni che hanno pagato negli ultimi decenni il prezzo più alto in termini di «abbandoni trasversali». Tra il 1983 e 2021, la popolazione italiana è sì aumentata complessivamente di poco più di 3 milioni, ma il dato è disomogeneo rispetto alle differenti aree geografiche. Sono circa 5mila i comuni che hanno perso mediamente il 22% degli abitanti, con un «travaso» di 4 milioni di «ex residenti» in favore di «realtà più progredite» (servizi, assistenza, lavoro, relazioni). Il report Csel, realizzato per AdnKronos, su dati Istat e del ministero per il Sud e la Coesione territoriale, è una finestra aperta su un'Italia dal pallottoliere demografico impazzito: la popolazione si restringe nelle micro-aree, ma nel contempo non si allarga più di tanto neppure nelle macro-aree i cui indici di afflusso restano al disotto delle medie europee. Altra concausa: percentuali di natalità a picco con -40% al Sud negli ultimi 20 anni, un calo doppio rispetto al Nord.

Ma dove si trovano i comuni su cui aleggia lo spetto dello spopolamento? L'88% è equamente ripartito tra Nord e Sud Italia (44 e 44%), mentre i restanti sono collocati al Centro del Paese. Le regioni che ne contano di più sono Piemonte (664) e Lombardia (411), seguiti da Calabria (309), Campania (289), Sardegna (277), Sicilia (245) e Abruzzo (213). Il Veneto ha sul suo territorio 167 comuni con «popolazione in costante diminuzione»; idem per Lazio e Liguria (149 ciascuno); segue la Puglia (126), il Friuli-Venezia Giulia e la Toscana (123 ciascuno); le Marche (119) e la Basilicata (110). Chiudono la classifica il Molise (109), Emilia Romagna (107), Trentino-Alto Adige (48), Umbria (44) e Valle d'Aosta (23). Impietosi i dati Istat, secondo cui «sono più di 6.000 i borghi abbandonati e circa 5.000 i piccoli centri in fase di spopolamento». Ma - come evidenziavamo all'inizio - non sono esenti da questo fenomeno neanche i comuni medio-grandi: «circa 45, quelli cioè con una popolazione compresa fra i 15mila e i 65mila abitanti». Lettura e interpretazione dei dati restano comunque complesse. Il fenomeno avvolge il Sud, ma non solo: «Non mancano vistose eccezioni - conferma l'Istituto di statistica -. Scorrendo infatti l'elenco dei comuni con il segno meno, troviamo anche alcune maxi-amministrazioni come Napoli che nell'arco di tempo preso in esame dalla ricerca ha perso 263mila residenti, Torino (259mila), Milano (198mila), Genova (197mila), Catania (84mila), Firenze (81mila), Venezia (77mila), Bologna (63mila), Bari (55mila), Palermo (54mila) e Cagliari (46mila).

Di contro, al vertice della classifica dei centri in controtendenza capaci di attrarre più persone negli ultimi decenni, ci sono Giugliano in Campania, passato da 44mila abitanti del 1981 ai 118mila del 2019, Fiumicino (+41mila abitanti, pari al 55% della popolazione degli anni '80), nel Lazio, e Reggio Emilia (+41mila). In termini percentuali, il podio per l'attrattività di nuovi abitanti è lombardo: Basiglio, un comune dell'hinterland di Milano, passato da 808 a 7.749 abitanti con una crescita pari all'884%, e 2 piccoli comuni del pavese, Roncaro (da 202 a 1549 cittadini, +667%) e Ceranova (+404%).

«Le province con le perdite più alte restano tendenzialmente quelle del Mezzogiorno - precisa il professor Roberto Volpi di Neodemos, sito specializzato in politiche demografiche -. Le regioni meridionali perdono e perderanno abitanti a una velocità superiore a quella del Nord, cosicché saranno le aree più interne e periferiche del Sud a correre il rischio di un isolamento crescente, scendendo sotto la soglia-limite dei 60 abitanti a kmq».

È questo anche l'effetto residuale di un atavico fenomeno migratorio che però oggi si presenta con caratteristiche ben diverse rispetto al passato. Quasi ovunque un benessere mediamente diffuso ha surrogato la «povertà disperata» che ci portò sui «bastimenti» diretti in «terre lontane» come America o Australia. Oggi la valigia di cartone legata con lo spago è solo una fotografia ingiallita, oggi è tempo di tecno-zainetto con tutto l'armamentario per un work in progress digitale connesso h24 da ogni parte del mondo. Eppure dal disastro di Marcinelle (8 agosto 1956) in cui persero la vita in Belgio 262 minatori di cui 136 immigrati italiani sono trascorsi «solo» 66 anni. Illuminante a questo proposito è la lettura del passaggio-chiave riportato nel saggio del demografo e ricercatore del Cnr, Corrado Bonifazi, «L'Italia delle migrazioni» (il Mulino): «Per circa un secolo tra i maggiori paesi d'emigrazione, l'Italia è diventata negli anni recenti una delle principali mete delle migrazioni internazionali. Non meno rilevanti sono stati i flussi interni, che hanno ridisegnato la geografia umana del paese, spostando masse ingenti dalle campagne alle città, dalle aree economicamente svantaggiate a quelle più dinamiche». Il tutto compreso in cinque grandi periodi che vanno dall'Unità ad oggi: l'Ottocento preunitario; la prima globalizzazione e l'emigrazione di massa (1861-1914); la fase tra le due guerre; gli anni della ricostruzione e del miracolo economico (1946-1975); la seconda globalizzazione e l'immigrazione straniera. L'attuale spopolamento dell'Italia è figlio anche di questo contesto storico. Ora si tenta di rimediare. Ma, forse, siamo ormai fuori tempo massimo. Comunque, meglio tardi che mai. Sta di fatto che ai territori soggetti a spopolamento sono stati recentemente assegnati contributi per un totale di 180 milioni di euro.

«La strategia - spiegano gli esperti - è finalizzata alla creazione di un acceleratore socioeconomico che permetta di determinare comunità e quindi futuro». Tradotto in parole semplici: rimboccarsi le maniche e darsi da fare, scommettendo sul mercato dell'intraprendenza.

Ma come possono procedere gli eventuali interessati? Bisognerà presentare progetti che abbiano come finalità la creazione di nuove infrastrutture e servizi nel campo della cultura, del turismo e del sociale . Per non perdere il treno dei finanziamenti i progetti dovranno essere presentati «entro il 2023 e portati a termine entro il 2026». Ma i nemici sono quelli di sempre: troppe norme, mancanza di chiarezza e burocrazia esasperante. In una parola: l'Italia.

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