Al Gaslini si respira aria di casa e si cura l’anima

(...) E l’umanità è il valore aggiunto. In un posto dove ce n’è estremo bisogno, visto che convivere con il dolore non è mai facile, ma convivere con il dolore dei bambini è una prova spesso ai confini dell’impossibile, superiore alle capacità di noi comuni mortali.
Far trasparire da una pagina di giornale un’emozione, una passione, la dolcezza di un sorriso o la bellezza di una parola di umanità, è sempre un’impresa improba. Per quanto l’inchiostro sia dolce, per quanto la carta sia soffice, per quanto l’impaginazione sia adatta, per quanto le fotografie a corredo siano adeguate, non c’è parola in grado di fotografare la pelle d’oca che ti sale per la schiena quando ti capita qualcosa di bello o il rossore che ti prende quando incroci lo sguardo della donna che ami, mia moglie Loredana, nella circostanza, o dei tuoi figli.
A me pare che - nonostante le corsie di un ospedale siano più un luogo di infelicità che un luogo di felicità - tutto questo al Gaslini si senta, si respiri, si viva. Penso anche a reparti difficili, dall’oncologia agli infettivi, dalla chirurgia estetica alla neuropsichiatria infantile. Reparti dove però ci sono medici che non ti negano mai un sorriso, un aiuto, uno sguardo di dolcezza.
Certo, forse a questo punto, qualcuno si sentirà legittimato a dire che dovrebbe essere l’abc per ogni ospedale, non solo quelli per i bambini. E, quindi, a maggior ragione, in quelli per i bambini.
Ma chiunque abbia passato almeno cinque minuti in un ambulatorio o in un ospedale, sa benissimo che quello che dovrebbe essere scontato e dovuto non sempre è tale. Sa benissimo che spesso c’è un sovrappiù di sofferenza e dolore che viene imposto ai pazienti e alle loro famiglie. Nelle lettere delle pagine nazionali, nelle scorse settimane, mi hanno colpito molto alcune missive di lettori anziani che raccontavano le loro esperienze da ricoverati e l’umiliazione del sentirsi dare del tu, spesso in modo anche un po’ sguaiato e volgare, da gente che aveva solo la fortuna di essere più giovane e vestita di un camice bianco o verde da infermiere. Come se quella divisa, come capita spesso con le divise, desse più diritti, attribuisse più poteri, facesse essere migliori di chi sta dall’altra parte.
Personalmente, non sopporto mai maleducazione, arroganza e prepotenza. Ma, soprattutto, non le sopporto nei confronti dei malati. Le ritengo un reato. Non qualcosa di penale, non qualcosa che evoca le manette. Ma qualcosa contro l’umanità. Qualcosa di più importante, di più grave.
Il valore aggiunto, al Gaslini, si respira. Sempre o quasi sempre. E ci tengo a dirlo, a provare a farlo respirare anche da questa pagina, perché troppo spesso l’ospedale pediatrico di Genova - quella che è rimasta una delle (poche) eccellenze della nostra città - finisce sui giornali solo per vicende di denunce di genitori o per operazioni magari andate tragicamente male.
Funziona come con le cronache giudiziarie. Il primo giorno, quello del presunto caso di malasanità, si leggono locandine a caratteri cubitali e titoloni sui giornali. Poi quando, magari a distanza di una sola settimana, si scopre che quel caso non era una storia di malasanità, ma uno dei casi drammatici che possono capitare nel mondo della medicina, senza colpe di nessuno, è già tanto se quei titoloni si trasformano in una breve in coda alle pagine di cronaca.
Il dramma di un genitore che perde un figlio o che assiste a un’operazione non andata come avrebbe sperato è sempre comprensibile e merita rispetto. La verità pure.
Ancor peggio è leggere le beghe sulle nomine nel consiglio di amministrazione dell’ospedale, come se il Gaslini meritasse di andare sui giornali solo perché l’Udc viene gratificato da Comune e Regione in cambio della promessa di appoggio alle regionali. Magari sarà anche vero, magari no. Comunque, mette una tristezza infinita e, soprattutto, non rende giustizia al Gaslini e alla bellezza che si respira nei suoi corridoi.
Ecco, se questo articolo fosse servito a regalare uno spruzzo di verità in più sul Gaslini e sui medici-angeli che ci lavorano, se fosse servito a raccontare quello che di solito non viene raccontato perché «non fa notizia» non sarebbe stata carta sprecata.
Non c’è notizia più bella di quella che non «fa notizia».
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