Il generale Mori: "Mai trattato con la mafia"

Sotto processo a Palermo con l’accusa di aver favorito la mafia in una deposizione spontanea il generale Mario Mori ha detto di non aver mai trattato con Cosa Nostra, e che le sue relazioni con l’ex sindaco Vito Ciancimino erano di "natura confidenziale". Il papello? "Un falso"

Il generale Mori: "Mai trattato con la mafia"

Palermo - Riprenderà il prossimo 6 aprile il processo Mori sulla mancanta cattura di Bernardo Provenzano. Saranno sentiti l’ex guardasigilli Claudio Martelli e l’ex direttore degli Affari penali del ministero della Giustizia Liliana, Ferraro. Dovranno chiarire alcuni aspetti relativi alla presunta trattativa tra Stato e mafia.

Mori: il papello? Non esiste Il generale del Ros Mario Mori, nel corso della lettura delle sue dichiarazioni spontanee questa mattina a Palermo durante l’udienza del processo per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra in cui è imputato ha detto che "il papello non esiste" "L’unica cosa consegnata da Vito Ciancimino - continua Mori - è la copia di un libro La mafia con al suo interno un post-it su cui era scritto 'consegnato spontaneamente al colonnello Mori del Ros' inserito fittiziamente, è un falso".

Mai trattato con la mafia Il generale Mori, sotto processo a Palermo con l’accusa di aver favorito la mafia insieme a un altro ufficiale, ha detto oggi di non aver mai trattato con Cosa Nostra, e che le sue relazioni con l’ex sindaco Vito Ciancimino condannato per mafia a morto da alcuni anni, erano di "natura confidenziale". "Non ho mai trattato con la mafia. I rapporti tra me, (il capitano dei carabinieri Giuseppe) De Donno e Vito Ciancimino, introdotti in questo processo, rientrano nell’ambito di relazioni di natura confidenziale che non hanno nulla a che vedere con una "trattativa’" come molti, come tanti pappagalli continuano a sostenere", ha detto Mori in una dichiarazione spontanea al processo per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra, per il mancato arresto del boss Bernardo Provenzano nel 2001. Imputato con lui, il colonello dei carabinieri Mauro Obinu. Mori aveva già smentito l’esistenza di una trattativa nell’ottobre scorso. La questione dei presunti contatti tra mafia e istituzioni per arrivare a una sorta di "pace" dopo una serie di attentati esplosivi nei primi anni 90 è stata sollevata in particolare dal figlio di Vito Ciancimino, Massimo - testimone a carico di Mori nel processo - ed è anche al centro di un’inchiesta della procura di Caltanissetta.

Il papello Il figlio dell’ex sindaco di Palermo condannato per mafia e morto nel 2002 fece clamore lo scorso anno consegnando ai magistrati palermitani un documento, il cosiddetto "papello", contenente le presunte richieste di Cosa Nostra allo Stato nell’ambito di una trattativa per mettere fine alle stragi. Ma della trattativa ha parlato nei mesi scorsi lo stesso procuratore nazionale Antimafia Pietro Grasso, affermando che il tentativo di Cosa Nostra di mercanteggiare col potere politico avrebbe salvato la vita a molti esponenti politici. Il magistrato aveva detto anche che le indagini precedenti alla comparsa del "papello" avevano già accertato "in qualche modo" il tentativo della mafia di entrare in contatto col potere politico.

I contatti "E’ processuale il contatto degli ufficiali del Ros, (Mario) Mori e (Giuseppe ) De Donno, con (l’ex sindaco di Palermo) Vito Ciancimino. Ed è processualmente accertato che alla mafia, in cambio della resa dei vertici, cioè della cattura di Riina e (Bernardo) Provenzano, fu offerto un ottimo trattamento per i familiari, un ottimo trattamento carcerario e una sorta di giusta valutazione delle responsabilità, per dirla con le parole dell’allora capitano De Donno", ha detto Grasso in un’intervista a un quotidiano nell’ottobre 2009.

La trattativa Il procuratore aveva spiegato che secondo le ricostruzioni degli inquirenti i capi mafiosi, e in particolare Riina, avrebbero progettato alcuni attentati (compreso uno contro lo stesso Grasso, che però non fu realizzato) per fare pressione in favore della trattativa, e dice che anche l’attentato di via D’Amelio contro il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta "potrebbe essere stato fatto per "riscaldare" la trattativa".

 

 

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