Noi, lo diciamo sottovoce, adoriamo Matteo Renzi. E non ci è mai dispiaciuto neppure Giuseppe Conte. Li seguiamo, leggiamo sempre quello che si dicono, e ricordiamo tutto.
Ad esempio. Renzi di Conte disse che è «inaffidabile», «un leader populista», «mosso da rancore personale», «incoerente», «un avvocato delle concessionarie autostradali» (ma non era del popolo?!), che usa un linguaggio d'odio simile a Trump, ha una visione politica «tardo adolescenziale», guida un M5S diventato «una succursale di poltrone», è un «occupatore abusivo» della scena politica, uno «statista in erba» con «una visione immatura della politica», uno che «vive di bugie e rancori». Tanto che infatti è molto orgoglioso «di averlo mandato a casa».
Conte di Renzi invece ha detto che è «inaffidabile» (i due sono uguali...), «un fautore di sceneggiate», un politico «che degrada l'etica pubblica con comportamenti smargiassi e spavaldi», che è «un bullo privilegiato», che si è distinto per distruggere invece di costruire, che «prende i soldi dai governi stranieri, «fa lobbismo», pensa solo ai suoi affari personali e che tali condotte gettano discredito sul Paese. Tanto da considerarlo responsabile della caduta del suo governo e che si è pentito di essersi fidato di lui.
Renzi e Conte. Averne di politici così. Si odiano così tanto, e la politica sa essere così inaspettata, che adesso sono di nuovo pronti - uno col suo Jobs act, l'altro col suo reddito di cittadinanza - a governare insieme.