Gianni Brera, il numero uno

Prima e più che un grande giornalista, Brera è stato un grande personaggio che, oltre ad applicare allo sport un vocabolario di sua invenzione, ne faceva il banco di verifica di una sua personale weltanschauung di stampo bonariamente razzista. (...) Le cose si mettevano al brutto quando si veniva alla questione della lingua. Brera non accettava che a Siena se ne parlasse una migliore che a Broni o a Barbianello, e per questo s'era inventato un lessico per conto suo, riuscendo a mettere nei guai anche la Crusca. La quale non ha battuto ciglio al catenaccio, al forcing, alla pelota, al goleador e insomma a tutto ciò che attiene al calcio e ai suoi derivati; ma forse ha qualcosa da ridire - anche se non lo dice - contro il cippirimerlo, il mutragnone, il palabratico, lo sbirolento, il tripallico e via brereggiando. Tanto per dimostrare che il patronato che noi toscani ci eravamo attribuiti sulla lingua non era che un sopruso (e giù moccoli contro Manzoni che vi si era piegato). Un giorno, incontrandomi per strada, m'impose di fargli compagnia a cena. Appena seduti, gli chiesi se si ricordava di avermi dato, in un articolo del giorno prima - e stavolta lo sport non c'entrava - del bradipsichico, qualifica di cui non capivo il significato, che tuttavia non mi sembrava molto lusinghiero. «Lo vedi - mi rispose con una manata sulla spalla che per poco non me la rompeva - che voi toscani non sapete l'italiano?». Anche se il Po e la lingua ci separavano, appartenevamo alla stessa famiglia. Lui non se n'era accorto. Ma io, sì.
Indro Montanelli - 20 dicembre 1992

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