A settant'anni dalla nascita di Andrea Pazienza, anche noi vogliamo ricordare il suo genio su queste pagine. Eppure, gli eventi in suo onore non mancano, a cominciare dalla mostra in corso al Maxxi di Roma Non sempre si muore, che lo celebra esponendo circa cinquecento originali tra quadri, disegni, illustrazioni, tavole di fumetti e opere su supporti di grandi dimensioni. Un avvenimento da sindrome di Stendhal per gli aficionados dell'artista, forse il più grande di sempre tra i fumettisti italiani. È inoltre online da qualche ora un nuovo sito internet ricco di materiali ed è in corso la ristampa dell'opera omnia, mentre la studiosa Carlotta Vacchelli ha da poco dato alle stampe il saggio La funzione-Pazienza (Longo Editore), che analizza la profonda influenza che l'artista ancora oggi ha nei confronti di fumettisti, scrittori, musicisti, persone di cinema, teatro e televisione.
È quindi concreto il rischio di dire qualcosa di trito e banale, accodandoci ai peana che in questi giorni si levano per ricordare la rockstar della nona arte. Meglio lasciare spazio al Pazienza pensiero, allora, e ritornare alla fonte: le sue parole.
"Mi chiamo Andrea Michele Vincenzo Ciro Pazienza. Disegno da quando avevo diciotto mesi, so disegnare qualsiasi cosa in qualsiasi modo. Dal '76 pubblico su alcune riviste. Disegno poco e controvoglia. Sono comproprietario del mensile Frigidaire. Mio padre, anche lui svogliatissimo, è il più notevole acquerellista che io conosca. Io sono il più bravo disegnatore vivente. Amo gli animali ma non sopporto di accudirli. Morirò il sei gennaio 1984". Pazienza amava raccontarsi, mettersi al centro della scena, e sapeva bene quanto il suo talento fosse inarrivabile. In una pagina di Pentothal, il suo esordio fumettistico, immagina la Natura che gli fa visita portandogli in dono il disegno. Era un predestinato, come dimostrano le figure sui suoi quaderni di bambino e i quadri realizzati a Pescara quando frequentava il liceo artistico e guardava alle avanguardie artistiche del Novecento. Nelle sue tele citava e mescolava futurismo, dadaismo, cubismo, astrattismo, pittura metafisica, surrealismo, informale, pop art, arte concettuale e iperrealismo. Venerava Rembrandt e Caravaggio. A quindici anni dipinse il suo funerale e anche nei fumetti il tema della morte riaffiora spesso. Pazienza scomparve prematuramente nella notte tra il 15 e il 16 giugno del 1988: pochi anni dopo la data riportata nell'intervista. Il 21 luglio avrebbe dovuto inaugurare a Peschici con il padre Enrico la prima mostra insieme.
"E ringrazia che ci sono io che sono una moltitudine". Pittore, fumettista, illustratore, vignettista satirico, autore di fiabe per bambini e di video musicali. Impossibile incasellarlo. Pazienza sfuggiva a ogni definizione. La sua versatilità gli permetteva di passare nella stessa tavola dallo stile umoristico a quello realistico, da un Pippo o un Gambadilegno rigorosamente disneyani a personaggi che sembrano usciti dal pennino di Moebius.
Andrenza, Ardenza, Assenza Perenza, Andrea fa senza, Andrei in vacanza, Andrebius, Paziembrandt, Spaz o, più semplicemente, Paz. A seconda dell'umore e di quanto stesse disegnando, Pazienza giocava con la sua firma ammiccando al lettore. Spesso era proprio lui il protagonista delle storie, a costo di mettersi in ridicolo, mostrare le proprie debolezze, prendere per mano il pubblico e accompagnarlo negli abissi più tetri. Facile parlare dell'improbabile coppia di partigiani Paz e Pert (proprio lui, il mitico presidente) impegnati in avventure che ricordano le comiche di Stanlio e Ollio, o del cupo Pompeo, graphic novel ante litteram dove il nostro si mette a nudo raccontando gli ultimi giorni di vita di un disegnatore tossicodipendente.
Qui dobbiamo aprire una parentesi: la potenza di questo testo è tale che, oltre a essere diventato un monologo teatrale interpretato da una pluralità di attori, tra cui Stefano Benni che di Paz fu amico, venne pubblicato nel 2021 da Union Editions senza i disegni per sottolinearne il valore letterario. Un'operazione ardita, al limite della provocazione: in realtà evidenziava le capacità narrative dell'autore, amplificando il lirismo di alcune pagine e la ricerca in senso espressionistico di altre.
Vogliamo però ricordare La prima delle tre, un'avventura di Zanardi in cui il celebre personaggio viene alle mani fuori da un cinema con Pazienza in persona, e gliele suona umiliandolo.
Il russo Garry Kasparov è stato forse il più grande giocatore di scacchi della storia. Negli anni Ottanta si cimentava in sfide contro i primi computer, sbaragliandoli. Le cronache del tempo ci raccontano che una volta che ne sconfisse trentadue in cinque ore. Ma la tecnologia faceva passi da gigante, e l'IBM giunse a presentare Deep Blue, una macchina capace di analizzare cento milioni di mosse al secondo. Il 10 febbraio 1996 Kasparov venne sconfitto: si trattò della prima vittoria di una macchina su un campione del mondo. Cosa c'entra tutto ciò con Andrea Pazienza?
Sono in molti oggi a chiedersi cosa farebbe il settantenne fumettista. Disegnerebbe ancora le sue sturiellet, oppure farebbe altro, magari l'attore? Prima della sua improvvisa dipartita, era stato scritturato dall'amico Sergio Staino per il film Cavalli si nasce: avrebbe dovuto interpretare guarda un po' un pittore di immagine sacre. Difficile dirlo. Però me lo immagino incuriosito dall'Intelligenza Artificiale, a tal punto da sfidarla in una gara all'ultimo pennarello per decidere chi è la vera rockstar del fumetto.
"Pennarello è bello, e se sai usarlo, se lo ami, / sa darti soddisfazioni, / diventa te, diventa tuo istmo" ebbe a scrivere Pazienza nel suo manifesto artistico Amo.No, non è ancora nata l'Ai in grado di battere il vecchio Paz.