Massì continuiamo così, facciamoci del male. Dopotutto l’effetto Tafazzi è il filo conduttore del nostro pop e i risultati, eccoli qui, si vedono. Non più lotta continua. Ma autoflagellazione continua. Dunque facciamo il punto: Sanremo non è Woodstock e nessuno si dovrebbe legittimamente aspettare che sul palco, in mezzo ai gladioli e agli strass, salga Carlos Santana, tanto per dire. Le stroncature quasi ossessive che da sempre accompagnano i brani sanremesi partono da questo presupposto di comodo. Sanremo non è la musica italiana, è una sua manifestazione. Forse la più importante. Ma non l’unica: se si vuole ascoltare altro, dal rock alternativo ( alternativo a cosa?) a quello indipendente (indipendente da cosa?) fino all’hip hop periferico o al drum’n’bass, prego, ci sono tante altre manifestazioni, dal Mei fino alla Notte della Taranta. Ed è sempre stato così: quando Nilla Pizzi vinse con Grazie dei fior ,Louis Armstrong cantava Baby it’s cold outside a Toronto e nessuno chiedeva che fosse viceversa. Sanremo ha un codice, quello nazionalpopolare, che è stato giusto criticare quando è diventato troppo manierista. Perciò negli ultimi cinque anni il Festival ha voluto staccarsi progressivamente dal cliché, tenendo sempre conto (ci mancherebbe) che è pur sempre uno show tv con un pubblico ben preciso, non certo quello del defunto (pace all’anima sua) CBGB di New York, il club dov’è nato il punk.E i risultati,dai Negramaro in giù, sono piuttosto evidenti anche a chi non li vorrebbe sottolineare. Oltretutto quest’anno la qualità media qui a Sanremo è decisamente superiore al solito, grazie a brani come quelli di Van de Sfroos (trascinante e ironico), Madonia (sofisticato), Tricarico (dolcissimo), Modà ed Emma (diventerà un tormentone per giovanissimi) e mettiamoci pure Vecchioni, che ha stupito tutti perché un testo così forte non gliel’avrebbero lasciato scrivere neanche durante gli anni di piombo. Di più, onestamente, è difficile chiedere. Ma non certo perché in assoluto non sia possibile, anzi. Ma perché i (bravi) autori sono spesso abbandonati a se stessi e l’invecchiamento medio dell’audience della tv generalista frena qualsiasi produttiva voglia di sperimentare, tra l’altro un desiderio statisticamente e comprensibilmente legato alla nicchia. Ma avete visto gli ultimi (o i penultimi, fa lo stesso) Grammy Awards o i Brit Awards o gli Echo Music Awards tedeschi? Sono rassegne patinatissime, e vabbé. Ma non c’è un brano inedito, tutto è deciso a monte tra major e reti di produzione, lo stupore sul palco è solo un dettaglio del copione. A Sanremo, piaccia o no, i cantanti si mettono in gioco e dietro di loro c’è un investimento le cui ricadute comunque premiano anche la musica cosiddetta sperimentale. Allora, per chiudere: vale la pena ascoltare le canzoni che da ieri sera sono in passerella all’Ariston? Sì. Canticchiandole poi. E criticandole magari.
Ma senza pensare che siano l’unica fotografia della nostra musica perché non è così. E forse, tenendo presente che, come accade in tutti gli altri settori, la critica ossessiva è sempre improduttiva. Per lo meno ogni tanto bisognerebbe trovarne una nuova.GIORDANO: Sì, non siate snob Sono nazionalpopolari ma validi
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