«... non c'era argomento che rifiutasse: dall'editoriale di costume all'elzeviro letterario, al ritratto del grande attore o della grande attrice - ma anche di quelli piccoli che ci hanno lasciato prima di lui: Arpino li conosceva tutti - alla nota di calcio, in cui si fingeva quasi anti-juventino, e forse credeva di esserlo davvero. Credeva anche di essere anti-piemontese perché ogni tanto sul Piemonte sputava. Ma sputava sangue, come la volta che fu scoperto l'imbroglio del vino al metanolo. «Che lo abbiano fatto - ululava - i veneti, i toscani, i pugliesi, chiunque, passi... Ma i piemontesi... Per i piemontesi non basta il plotone di esecuzione, ci vuole la forca!». (...) Dovunque entrasse - in un salotto, o in redazione - entravano con lui la luce e il calore. A quasi sessant'anni, aveva ancora conservato un certo spirito goliardico, ma corretto da un'eleganza da Settecento francese. Aveva la battuta tagliente, l'aforisma pronto, l'immagine pittoresca e spesso un po' barocca: tutto il contrario dello scrittore Arpino, quale appare nei suoi romanzi. (...) Tanto l'Arpino giornalista - per non parlare di quello conviviale - era torrentizio e sfrenatamente abbandonato alla felicità dell'improvvisazione, quanto il narratore è sorvegliato e incontentabile nella ricerca dell'essenziale. (...) Non tenterò nemmeno di rimpiazzare Arpino.
Prima di tutto perché di un jolly come lui non esiste nel mondo l'equivalente. E poi perché ci sono delle creature che riescono a riempire la nostra vita col loro vuoto. Arpino era una di queste».Indro Montanelli - 11 dicembre 1987Giovanni Arpino, il Principe di Piemonte
Segui Il Giornale su Google Discover
Scegli Il Giornale come fonte preferita
Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.