Il Giro non è made in Italy ma in vetta ci sono i nostri

nostro inviato

a Marina di Carrara

Caro diario, da un secolo il Giro si presta docilmente ad offrire una fotografia aggiornata del Paese, dei suoi abitanti, dei suoi costumi. Doverosa e inevitabile, così, una tappa con partenza nella nuova Italia dell'outlet. Casello di Fidenza, prima rotonda a sinistra, tutti dentro la città finta e perfetta, che offre tutti i comfort e tutte le "griffe" a prezzi da sogno.
Inutile trovare motivi di scandalo e provare fremiti di indignazione: il Giro non è mai ipocrita, ogni volta interpreta e ripropone lo spirito nazionale del suo tempo. Ovviamente, nella sua sincerità, non può limitarsi agli outlet e agli ipercoop. Per fortuna non siamo solo shopping e alienazione. C'è ancora l'Italia dei borghi, del verde, dei cavalli e degli sterrati. Questa Italia, quest'oggi, avrà una struggente sublimazione: la maglia rosa e i suoi avversari andranno a sfidarsi lungo le strade sterrate del Senese, in una riedizione di ciclismo eco-primordiale da accapponare la pelle. E non è detto che sul traguardo di Montalcino, dopo tanta suggestione e tanta poesia, la classifica stessa non si ritrovi agitata e scossa, perché sportivamente parlando il percorso è zeppo di trappoloni assassini.
Nell'attesa, vince un altro straniero. Un australiano di nome Matthew Lloyd. Anche lui, quando taglia il traguardo, trova parole incantate per descrivere il momento: «Sono in stato di choc. Il Giro è una cosa romantica e speciale, questo è il giorno più bello della mia carriera». Diciamoci la verità: non che ne abbia avuti molti altri, per rendere veramente prestigioso e attendibile il paragone. Comunque va creduto: lui e gli altri stranieri arrivati al Giro stanno dimostrando nei fatti un amore spassionato per l'Italia. Ne sono così innamorati che stanno vincendo praticamente ogni giorno (a noi solo la cronosquadre di Cuneo, peraltro decisiva per il rosa di Nibali). Inevitabilmente, il loro dominio serve a noi per buttarla subito in autoflagellazione masochista. Processi e condanne, tutti sbagliano tutto, i nostri non hanno cuore, non hanno cervello, non hanno gambe. Non hanno nulla. Debosciati, codardi, pigri e viziati. Così emergono dall'analisi degli opinionisti parastatali collocati nel dopogara sul palco Rai.
Che dire: quando gli italiani vincevano sempre, si accusava il Giro d'essere piccino e provinciale. Adesso che è internazionale, con una presenza italiana ridotta al 25 per cento (53 su 198 al via), facciamo gli isterici perché vinciamo poco. Valli a capire, gli autorevoli opinionisti. Io mi limito a rilevare soltanto un trascurabile dettaglio: in classifica generale, che in un grande Giro mi pare conti qualcosa, abbiamo tre italiani ai primi tre posti. Purtroppo non sarà sempre così, ma per qualche giorno è andata così. Dire che il terrunciello Nibali, che il tenace Basso, che il gregarione modello Agnoli «non hanno cuore», come s'è detto e ridetto degli italiani, mi sembra quanto meno ingeneroso, facilone e pure un po' carogna. Comunque, la libertà delle opinioni è un bene talmente prezioso che tutte quante, persino le bischerate più solenni, vanno rispettate. Rispettiamole. Del resto, qui al Giro l'esercizio della tolleranza è sottoposto alle prove più dure. A Carrara gli italiani si devono sorbire in diretta un'inquietante lezione sull'importanza della dieta a zona (mi schiero: continuo a preferire quella a uomo), seguita da un'accorata testimonianza su tutto di Lavinia Biagiotti, erede dei noti stilisti, in collegamento dal Golf Club Guidonia assieme al casco di Armstrong.
Mentre il "Processo" si occupa di questo, Nibali dice tranquillo e solare che difenderà «la maglia rosa il più possibile, anche da Basso», cioè il suo capitano. Caro diario, l'argomento sarebbe perfetto per il "Processo". Se il "Processo" si occupasse della tappa.

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